Toccare il lembo del mantello

Si, quanto anche ciascuno di noi vorrebbe toccare il lembo del mantello di Gesù? Sappiamo che toccare anche solo il suo mantello significa “guarire la nostra vita”, significa sottrarla al potere del mondo, significa leggere la nostra vita come un dono di Dio per la sua e non la nostra gloria. Ebbene, crediamo che se avessimo davvero questo desiderio (quello di seguire Gesù e toccare il suo mantello) la nostra salvezza sarebbe già iniziata e, quindi, ad un passo da averla ottenuta.

Avere fede in Gesù, fidarsi e affidarsi a Lui e non ai nostri desideri e alla nostra volontà è l’unico vero segno che ci accredita la salvezza. Ma non è facile lasciare i nostri desideri, i nostri progetti, la nostra volontà. Ciò che davvero ci da la salvezza è la rinuncia ai desideri, ai progetti e alla nostra volontà per fidarci e affidarci a Lui accogliendo ogni cosa che accade nella nostra vita. Significa avere la forza e il coraggio di accogliere anche quello che non incontra i nostri progetti personali o che umanamente ci fa soffrire. Significa avere la passione di servire il Signore anche se ci criticano, ci maltrattano, ci calunniano, ci offendono, ci emarginano. Gesù in questi casi e in ogni altra circostanza della vita ci sta vicino. Lui è morto per noi sulla croce e sulla croce ci ha salvato.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

   Parola del Signore

Sale e luce

Siamo sale e luce. Gesù non lo chiede ma lo afferma e lo esige. Egli da per scontato che i suoi discepoli (cioè ogni battezzato) sia sale e sia luce. Cosa vuole dire?

Nella vita il cristiano ha il mandato di portare il riflesso della luce di Gesù e per fare questo non può nascondere i suoi talenti che vanno investiti secondo le indicazioni che Lui fornisce a ciascuno di noi. Poco prima di queste parole, Gesù, aveva pronunciato le beatitudini che sono le vie da seguire per essere sale e luce. Gesù ci suggerisce, infatti, di riconoscerci poveri di spirito e, quindi, bisognevoli di ricevere lo Spirito del Padre a cui affidarci; esalta la mitezza, la fragilità e la debolezza dell’uomo, la passione per la giustizia, l’importanza di praticare la misericordia e la ricerca della purezza del cuore. Questo è il cammino che rende il cristiano “lievito” e, quindi, “riflesso autentico della luce di Cristo” in un mondo che si sta disumanizzando.

Praticando questo stile l’uomo si scioglie e si dissolve nel sociale (come il sale nei cibi ai quali da sapore) e offre al mondo la possibilità di conservare la sua più autentica umanità (come fa il sale per conservare gli alimenti che ogni buona massaia vuole consumare in altro momento).

Ora si comprende ancora meglio la semplicità profonda con la quale Gesù indica la via per essere riflesso della sua luce. Saranno gli altri, poi, a collocare questa luce sul monte in modo che tutti possano vederla.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

   Parola del Signore


Venite in disparte

Gesù è attento osservatore. Scruta il cuore dell’uomo e si prende cura delle necessità di tutti. Per questo ci invita a trovare il tempo di andare in disparte con Lui. Ci chiama ad andare nel deserto per riposarci e ritrovare la carica; per riempirci del suo spirito.

Gesù si accorge che ieri come oggi siamo come pecore che non hanno pastore. Spesso stanchi, smarriti, impauriti, affaticati abbiamo bisogno di ritrovare la forza e lo spirito per affrontare la vita con i suoi momenti di luce e di buio, con i suoi momenti di gioia e di dolore.

Gesù non ci lascia soli e ci chiama a stare con Lui per ascoltare la sua Parola. Una Parola che offre ristoro al nostro cuore sempre in cerca di pace e protezione. Gesù ci coccola, ci accarezza e ci sussurra parole di pace chiedendoci di essere miti, pazienti, umili, semplici e disponibili a riconoscere la nostra povertà di Spirito. Sarà straordinario, allora, sentire Gesù vicino; e sarà bellissimo avvertire il suo sguardo su di noi, la sua carezza che ci sfiora le guance e la compassione del suo sguardo che ci accompagna con un Amore infinito.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

   Parola del Signore

Martiri

Quando la verità incontra il potere dei mediocri l’inganno e la violenza prendono il sopravvento. Quando le parole denudano le ipocrisia della vita la vendetta si scatena e apre al martirio.

La strada della fedeltà al Cristo spinge verso la montagna dove è facile incontrare il dolore e la morte che apre lo sguardo sulla vera gioia.

Accade questo a Giovanni, il più grande uomo nato da donna che non ha paura di raccontare la verità e che trova il martirio grazie ai tradimenti di Erode un potente mediocre e alla vendetta di un’adultera che scatena il suo odio, Erodiade che si serve della giovane e capricciosa figlia fatta strumento di ingiustizia e messaggero di morte.

Giovanni, morirà orribilmente decapitato ma la memoria della sua vita supererà tutti i secoli fino a toccare l’eternità.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

   Parola del Signore

Beati i poveri in spirito

Ieri papa Francesco all’udienza generale ha tenuto una catechesi sulla prima beatitudine. La condividiamo perché è davvero bella e merita che ciascuno di noi ci dedichi un po’ del suo tempo. Se lo faremo, siamo sicuri che ne avremo grande vantaggio per la vita.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Catechesi sulle Beatitudini:2. Beati i poveri in spirito

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci confrontiamo oggi con la prima delle otto Beatitudini del Vangelo di Matteo. Gesù inizia a proclamare la sua via per la felicità con un annuncio paradossale: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). Una strada sorprendente e uno strano oggetto di beatitudine, la povertà.

Dobbiamo chiederci: che cosa si intende qui con “poveri”? Se Matteo usasse solo questa parola, allora il significato sarebbe semplicemente economico, cioè indicherebbe le persone che hanno pochi o nessun mezzo di sostentamento e necessitano dell’aiuto degli altri.

Ma il Vangelo di Matteo, a differenza di Luca, parla di «poveri in spirito». Che cosa vuol dire? Lo spirito, secondo la Bibbia, è il soffio della vita che Dio ha comunicato ad Adamo; è la nostra dimensione più intima, diciamo la dimensione spirituale, la più intima, quella che ci rende persone umane, il nucleo profondo del nostro essere. Allora i “poveri in spirito” sono coloro che sono e si sentono poveri, mendicanti, nell’intimo del loro essere. Gesù li proclama beati, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli.

Quante volte ci è stato detto il contrario! Bisogna essere qualcosa nella vita, essere qualcuno… Bisogna farsi un nome… È da questo che nasce la solitudine e l’infelicità: se io devo essere “qualcuno”, sono in competizione con gli altri e vivo nella preoccupazione ossessiva per il mio ego. Se non accetto di essere povero, prendo in odio tutto ciò che mi ricorda la mia fragilità. Perché questa fragilità impedisce che io divenga una persona importante, un ricco non solo di denaro, ma di fama, di tutto.

Ognuno, davanti a sé stesso, sa bene che, per quanto si dia da fare, resta sempre radicalmente incompleto e vulnerabile. Non c’è trucco che copra questa vulnerabilità. Ognuno di noi è vulnerabile, dentro. Deve vedere dove. Ma come si vive male se si rifiutano i propri limiti! Si vive male. Non si digerisce il limite, è lì. Le persone orgogliose non chiedono aiuto, non possono chiedere aiuto, non gli viene di chiedere aiuto perché devono dimostrarsi auto-sufficienti. E quante di loro hanno bisogno di aiuto, ma l’orgoglio impedisce di chiedere aiuto. E quanto è difficile ammettere un errore e chiedere perdono! Quando io do qualche consiglio agli sposi novelli, che mi dicono come portare avanti bene il loro matrimonio, io dico loro: “Ci sono tre parole magiche: permesso, grazie, scusa”. Sono parole che vengono dalla povertà di spirito. Non bisogna essere invadenti, ma chiedere permesso: “Ti sembra bene fare questo?”, così c’è dialogo in famiglia, sposa e sposo dialogano. “Tu hai fatto questo per me, grazie ne avevo bisogno”. Poi sempre si fanno degli errori, si scivola: “Scusami”. E di solito, le coppie, i nuovi matrimoni, quelli che sono qui e tanti, mi dicono: “La terza è la più difficile”, chiedere scusa, chiedere perdono. Perché l’orgoglioso non ce la fa. Non può chiedere scusa: sempre ha ragione. Non è povero di spirito. Invece il Signore mai si stanca di perdonare; siamo noi purtroppo che ci stanchiamo di chiedere perdono (cfr Angelus, 17 marzo 2013). La stanchezza di chiedere perdono: questa è una malattia brutta!

Perché è difficile chiedere perdono? Perché umilia la nostra immagine ipocrita. Eppure, vivere cercando di occultare le proprie carenze è faticoso e angosciante. Gesù Cristo ci dice: essere poveri è un’occasione di grazia; e ci mostra la via di uscita da questa fatica. Ci è dato il diritto di essere poveri in spirito, perché questa è la via del Regno di Dio.

Ma c’è da ribadire una cosa fondamentale: non dobbiamo trasformarci per diventare poveri in spirito, non dobbiamo fare alcuna trasformazione perché lo siamo già! Siamo poveri … o più chiaro: siamo dei “poveracci” in spirito! Abbiamo bisogno di tutto. Siamo tutti poveri in spirito, siamo mendicanti. È la condizione umana.

Il Regno di Dio è dei poveri in spirito. Ci sono quelli che hanno i regni di questo mondo: hanno beni e hanno comodità. Ma sono regni che finiscono. Il potere degli uomini, anche gli imperi più grandi, passano e scompaiono. Tante volte vediamo nel telegiornale o sui giornali che quel governante forte, potente o quel governo che ieri c’era e oggi non c’è più, è caduto. Le ricchezze di questo mondo se ne vanno, e anche il denaro. I vecchi ci insegnavano che il sudario non aveva tasche. E’ vero. Non ho mai visto dietro un corteo funebre un camion per il trasloco: nessuno si porta nulla. Queste ricchezze rimangono qui.

Il Regno di Dio è dei poveri in spirito. Ci sono quelli che hanno i regni di questo mondo, hanno beni e hanno comodità. Ma sappiamo come finiscono. Regna veramente chi sa amare il vero bene più di sé stesso. E questo è il potere di Dio.

In che cosa Cristo si è mostrato potente? Perché ha saputo fare quello che i re della terra non fanno: dare la vita per gli uomini. E questo è vero potere. Potere della fratellanza, potere della carità, potere dell’amore, potere dell’umiltà. Questo ha fatto Cristo.

In questo sta la vera libertà: chi ha questo potere dell’umiltà, del servizio, della fratellanza è libero. A servizio di questa libertà sta la povertà elogiata dalle Beatitudini.

Perché c’è una povertà che dobbiamo accettare, quella del nostro essere, e una povertà che invece dobbiamo cercare, quella concreta, dalle cose di questo mondo, per essere liberi e poter amare. Sempre dobbiamo cercare la libertà del cuore, quella che ha le radici nella povertà di noi stessi.

Il bastone

Qualche anno fa (anno 2007) abbiamo percorso il cammino di Santiago e tutte le mattine in collegamento con Radio Civita, (della quale Vincenzo era il direttore) abbiamo raccontato emozioni e curiosità di questo pellegrinaggio. È stata una trasmissione molto bella e intensa, piena di passione, di stupore e meraviglia per tante piccole cose che hanno segnato la nostra vita. In uno degli appuntamenti mattutini, ci siamo soffermati a parlare del “bastone“. Si, avete letto bene, del bastone che ogni pellegrino porta con se e che rappresenta un “compagno” di viaggio davvero necessario ed indispensabile. Questo semplice strumento ti sorregge nei momenti difficili, ti aiuta a conservare l’equilibrio, ti aiuta in ogni circostanza, ti supporta per superare piccoli fossati o difenderti, in caso di necessità, da qualche bestia selvatica (nella foto i nostri bastoni).

Pensate che anche Gesù nel mandare i suoi discepoli a due a due ordinò loro di portare per il viaggio nient’altro che un bastone e aggiunse di non portare : “né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”.

Una bella sintonia che ci invita a riflettere tutti sul senso e sul significato del bastone che ogni pellegrino e/o discepolo porta con sé e che lo sorregge nella vita.

Quale è il bastone della tua vita?

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

   Parola del Signore

Pregiudizi

I pregiudizi segnano tante storie e lasciano segni incancellabili nella vita di chi li subisce. Sono loro che, spesso, invitano al disprezzo; che animano le ragioni dello scandalo e che ci invitano ad abbandonare le relazioni e le amicizie per lasciare spazio all’invidia, al rancore, perfino all’odio.

Gesù finirà per essere disprezzato, rifiutato e allontanato dalla sua terra. È insopportabile che il figlio del falegname Giuseppe e di Maria sua sposa potesse esprimere una così potente conoscenza. Lo stupore si trasforma in disprezzo.

Quante volte qualcosa di simile accade anche nella nostra realtà, quante volte neghiamo e rifiutiamo le competenze e le capacità degli altri animati solo da pregiudizi e da invidia?

Anche Gesù si meraviglia della reazione dei suoi compaesani e si allontana dalla sua terra per insegnare altrove.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

   Parola del Signore

Talità kum

Il bene ha un “potere” cosi grande che è capace di vincere ogni male. La forza del bene blocca ogni azione maligna e vince anche la morte; il bene quando è puro e non ha secondi fini supera ogni ostacolo.

Gesù risana, rida la salute e la vita, guarisce dalle malattie fisiche e spirituali, … il suo Amore è infinitamente potente che non riusciamo nemmeno ad immaginarlo. La nostra incredulità ci blocca la vita. Un po’ di fede e fiducia in Gesù, invece, ci dona forza e coraggio per ricominciare e ci offre la possibilità di diventare annunciatori credibili, donne e uomini risanati e, perciò, capaci di parlare con la vita. I testimoni sono persone che vivono e che sono capaci di raccontare con la vita i doni che hanno ricevuto. Mostrano concretamente il miracolo della fede, la fiducia nel Padre di ogni misericordia che si è fatto presenza nell’esperienza dell’esistenza. Fermiamoci ad ascoltare la profondità della nostra vita e saremo anche capaci di “leggere” gli interventi di Dio nella nostra vita, di vedere compiuta la sua presenza nei nostri momenti difficili nei quali, anche attraverso altre persone, ci ha salvato la vita. Preghiamo il Signore che ci dia il coraggio di vedere con chiarezza il nostro passato e il nostro presente per immaginare un futuro possibile e credibile. 🙏

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

   Parola del Signore

Spirito impuro

Quando l’uomo si allontana da Dio il male si impadronisce dei pensieri e le azioni si fanno agitate, frettolose, piene di rancore, di odio … L’uomo lontano dal bene si disumanizza e scatena l’inferno attorno a se, diffondendo sofferenza e morte.

L’unica possibilità per vincere questo male assoluto è la manifestazione del bene assoluto. All’Amore totale, nessun male può resistere. Ed è quello che accade in questo passo del Vangelo di Marco. L’amore totale è l’unico in grado di intimare al male di lasciare l’uomo che ne è vittima.

Gesù, Amore totale venuto in terra, scaccia il male dall’uomo, da tutti gli uomini che decidono di aprirgli il cuore. Il male davanti a Gesù scappa via e la vita dell’uomo rifiorisce. L’uomo torna a vivere una vita dignitosa nella quale il cuore ricomincia a pulsare intensamente e diffonde parole e azioni di bene.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

   Parola del Signore

Lo stupore

Ci colpisce sempre la figura di Simeone, uomo giusto che aveva ricevuto dallo spirito Santo la promessa che non sarebbe morto senza aver visto prima il Cristo. Egli attende con grande pazienza, attende perché si fida della promessa, crede allo Spirito Santo che lo guida fino al tempio proprio mentre Maria e Giuseppe portano Gesù. Immaginiamo il volto di Simeone mentre accoglie Gesù bambino tra le sue braccia. È tutto così straordinario, cosi stupefacente, così, potrebbe dire qualcuno, incredibile. Ci chiediamo allora se, oggi, c’è ancora qualcuno disposto ad attendere la realizzazione della promessa di Dio? Se c’è ancora chi riesce a stupirsi e a meravigliarsi di fronte allo straordinario della vita? Se c’è ancora chi sa riconoscere Gesù nella sua storia?

Di fronte all’esempio del vecchio Simeone ci sentiamo davvero piccoli, davvero invitati a cambiare modo di vivere e di pensare. Simeone ci mostra la pazienza e l’umiltà dell’ascoltatore dello Spirito che vuole indicarci la via della “salvezza” e donarci la Pace.

Franca e Vincenzo, osb-cam

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore.

Aquila e Priscilla