Dal Vangelo secondo Marco – Mc 12, 35-37
In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
Parola del Signore
Chiedersi come possa il Cristo essere figlio di Davide significa aprire una finestra sull’infinito, lasciando che il mistero fili la sua trama tra la polvere della terra e la luce delle stelle. È la vertigine di un Dio che, per abitare il nostro minuscolo e fragile punto nell’universo, sceglie di darsi un cognome umano, una genealogia di re, poeti e peccatori. Davide cantava di notte sotto il cielo di Giudea, ignaro che tra le corde della sua arpa stesse già vibrando la melodia del futuro, il vagito di un Bambino che avrebbe capovolto la storia. Dicono che sia suo figlio perché l’infinito ha voluto ereditare una promessa, incastonando l’eternità dentro il battito del tempo e del sangue. Ma è un legame segreto, un paradosso d’amore: il Creatore che si fa creatura, la Radice che fiorisce dal suo stesso ramo. Così, in questo viaggio generazionale, la regalità dei palazzi si dissolve per farsi strada, polvere e carezza, dimostrando che ogni nostra piccola storia terrena, anche la più umile, è da sempre imparentata con il Cielo.
Franca e Vincenzo, oblato camaldolesi ❤️