Dal Vangelo secondo Matteo 11. 28-30
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Parola del Signore
Sotto il cielo frenetico di questo nostro tempo sbiadito, tra notifiche incessanti, echi di guerre lontane e l’ansia di dover sempre performare, risuona un invito antico, come un sussurro di vento fresco tra le crepe del cemento.
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi”. Che parola immensa per una generazione in costante affanno, che rincorre algoritmi e si dimentica di respirare, schiacciata da pesi invisibili ma spietati.
È un sogno di tregua quello che si apre tra le righe di Matteo, un’oasi di silenzio dove non serve dimostrare nulla, né vincere alcuna corsa all’oro digitale.
Cristo non offre un manuale di produttività, ma il Suo cuore mite e umile, una carezza leggera che disarma la nostra finta forza e accoglie le nostre fragilità.
Immagino il Suo giogo non come una catena, ma come un abbraccio che sostiene, una promessa di leggerezza in un mondo che, al contrario, ci vuole rigidi, d’acciaio, impeccabili.
In questa mitezza rivoluzionaria c’è l’unica vera ribellione possibile al rumore del presente: deporre le armi dell’orgoglio, rallentare il passo e lasciarsi finalmente cullare.
Forse il ristoro che cerchiamo disperatamente non è altrove, nel prossimo traguardo, ma in quel battito calmo e accogliente che ci sussurra, da sempre, che siamo già abbastanza.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️