Archivi categoria: Commento ai Vangelo

Che cosa volete che io faccia per voi?

Dal Vangelo secondo Marco Mt 10. 32-45

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore

Camminiamo spesso con il passo svelto di chi sa già dove andare, eppure, lungo la strada polverosa che sale a Gerusalemme, il Vangelo di Marco ci ferma. C’è un contrasto quasi doloroso, e insieme dolcissimo, tra l’ombra della croce che Gesù vede allungarsi sul suo cammino e la fretta ingenua di Giacomo e Giovanni, che sognano già troni e glorie immediate. Ed è proprio in questo scarto, tra il nostro calcolare umano e il dono totale di Sé, che risuona come un sussurro quella domanda destabilizzante: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Chiudi gli occhi per un secondo e prova a sentirla rivolta a te, a me, a chiunque stia leggendo queste righe in questo esatto momento. Che cosa chiediamo davvero quando cerchiamo il cielo? Chiediamo un posto d’onore per i nostri egoismi, o abbiamo il coraggio di bere lo stesso calice di vulnerabilità e amore? Gesù ribalta le nostre piramidi di potere e ci invita a guardare in basso, là dove la grandezza si misura solo con il metro del servizio e del farsi ultimi. Questa domanda non è un assegno in bianco per i nostri desideri superficiali, ma un invito a specchiarci nel profondo. Che cosa vogliamo davvero, noi che corriamo sempre? Forse, alla fine, l’unica vera risposta sognante è chiedere la vista del cuore, per imparare a perdere la vita con lo stesso scandaloso, regale e gratuito amore con cui Lui l’ha donata a noi.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Ecco tua madre!!!

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 19, 25 – 34

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.

Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.  Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Parola del Signore

Sotto un cielo livido, dove il tempo sembra fermarsi e farsi pietra, la croce si staglia come l’asse del mondo. Lì, nel silenzio squarciato dai lamenti, Maria rimane in piedi: una madre che assiste al tramonto della sua stessa carne, ferma nella tempesta del dolore più assoluto. Gesù, inchiodato al legno, incrocia il suo sguardo bagnato di pianto e, in un soffio che profuma di eternità, pronuncia le parole che cambiano la storia: «Ecco tua madre». In quel momento sacro, l’orizzonte del sangue si allarga; l’amore materno non si spegne con la morte, ma si adatta, si estende e si consegna al discepolo amato, e attraverso di lui a tutta l’umanità ferita. C’è grande intensità in questo passaggio di consegne, un testamento d’amore puro che trasforma il lutto in una nuova, universale sorgente di vita. Poi, tutto si compie nella carne e nello spirito. Il soldato avanza nell’oscurità del pomeriggio e squarcia il petto del Crocifisso con la lancia: da quel cuore aperto fluiscono sangue e acqua, sorgenti gemelle di grazia e di rinascita. È il compimento supremo della profezia, l’ultimo sigillo di una fedeltà che non conosce fine, mentre il testimone fissa la scena e sa, nel profondo, che quella ferita è l’inizio di una speranza che non morirà mai più.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Scende lo Spirito

Il nostro commento è disponile sul sito dell’arcidiocesi di Gaeta … Clicca qui oppure leggi direttamente

L’ANGOLO DELLA PREGHIERA
Pentecoste — 24 maggio 2026

Sgorgheranno fiumi di acqua viva
(meditazione su Gv 7,37-39)​

Nel cuore della festa, Gesù lancia un grido che attraversa i secoli: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva». In un’epoca come la nostra, profondamente segnata dall’arsura della violenza, dai conflitti geopolitici e dalle logiche spietate delle lotte economiche, questo invito risuona con una drammatica urgenza. Corriamo senza sosta, travolti dal rumore di fondo di un mondo che produce ricchezza materiale ma desertifica l’anima, lasciandoci aridi e smarriti. L’acqua viva promessa da Cristo, che l’evangelista Giovanni identifica chiaramente con il dono dello Spirito Santo, non è un anestetico per sfuggire alla realtà, ma la sorgente di una pace capovolta, radicale, che il mondo non può dare né comprare.

Oggi più che mai avvertiamo la necessità assoluta di fermarci, di imporre un silenzio alle nostre agende e alle nostre preoccupazioni, per metterci in ascolto della voce dello Spirito. Senza questa sosta contemplativa, rischiamo di diventare complici dello stesso meccanismo di sopraffazione che denunciamo, rispondendo all’odio con l’odio e all’egoismo con l’individualismo.

Ascoltare lo Spirito significa lasciarsi scavare dentro, permettendo a quella sorgente divina di purificare i nostri pensieri e disarmare i nostri cuori. Solo allora la promessa evangelica si compie: chi crede non diventa un bacino chiuso, ma un canale. Dal nostro stesso seno, dalle ferite di questa umanità riconciliata, inizieranno a sgorgare fiumi di acqua viva. Diventiamo così capaci di portare gesti di giustizia, profezie di pace e scelte economiche solidali laddove prima c’erano solo logiche di puro profitto e distruzione.

Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia

Tu Seguimi

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Parola del Signore

Il brano di Gv 21, 20-25 chiude il quarto Vangelo con un confronto serrato tra Pietro, Gesù e il “discepolo amato”, toccando una corda profondamente umana: la tentazione del paragone. Pietro, guardando l’altro discepolo, chiede: «Signore, e lui?», quasi a voler misurare il proprio destino e la propria chiamata su quelli di un altro. La risposta di Gesù, culminante nell’imperativo «Tu seguimi», è un richiamo potente all’unicità della vocazione. Gesù non accetta distrazioni orizzontali; sposta lo sguardo di Pietro dall’invidia o dalla curiosità sterile a una responsabilità verticale e personale. Quel «Tu» isola Pietro dalla folla e dai confronti, ricordandogli che la sequela non è una gara di rilevanza o un percorso standardizzato, ma una relazione intima e irripetibile. Spesso spendiamo energie a guardare le vite degli altri, i loro talenti o le loro croci, perdendo di vista la nostra strada. Il «Tu seguimi» di Cristo risuona come un invito a liberarsi dal peso del confronto per abbracciare, con fiducia, la propria chiamata specifica, l’unica che siamo davvero tenuti a vivere e a compiere fino in fondo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore

Dal Vangelo secondo Giovanni –  Gv 21, 15-19 

[Dopo che si fu manifestato risorto ai suoi discepoli,] quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Parola del Signore

Il brano di Giovanni 21, 15-19 descrive il toccante dialogo sulle sponde del lago di Tiberiade in cui Gesù risorto chiede a Pietro per tre volte: «Mi ami tu?». Questa triplice domanda non è un processo o un rimprovero per il triplice rinnegamento della notte della Passione, ma rappresenta un profondo cammino di riconciliazione e guarigione interiore. Gesù non esige da Pietro la perfezione o una condotta impeccabile, bensì la verità del suo cuore. Nel testo originale greco si nota uno splendido gioco di parole tra l’amore assoluto (agape) chiesto da Cristo e l’amore di amicizia (philia) che Pietro, ormai consapevole della propria fragilità, riesce a offrirgli. Solo dopo aver accettato la debolezza del discepolo, Gesù gli affida la guida della sua Chiesa con il mandato: «Pasci le mie pecorelle».

​Questo testo parla al nostro presente con una forza straordinaria. Nella società odierna, dominata dalla cultura della performance, dell’apparire sempre vincenti e della cancellazione spietata di chi commette un errore, il Vangelo propone una logica radicalmente diversa. Gesù ci mostra che i nostri fallimenti non definiscono chi siamo e non compromettono il nostro futuro. L’attualità di questo brano risiede nell’invito a riscoprire l’empatia e la cura dell’altro in un mondo spesso frammentato ed egoista. “Pascere” oggi significa farsi carico delle fragilità altrui, ascoltare chi si sente escluso e ricostruire legami di fiducia. L’invito finale «Seguimi» ci ricorda che la vita non è un percorso lineare privo di ostacoli, ma un cammino in cui è sempre possibile ripartire, trasformando le nostre ferite in feritoie di luce e di servizio per il prossimo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Siano perfetti nell’unità

Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 17, 20-26 

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Parola del Signore

Nel capitolo 17 di Giovanni, noto come la “preghiera sacerdotale”, Gesù rivolge al Padre le sue ultime e più intense volontà prima della Passione, allargando lo sguardo oltre i discepoli del suo tempo per abbracciare tutti i credenti futuri. Il cuore pulsante di questi versetti è l’accorato desiderio di unità: “Che siano una sola cosa, come noi”. Non si tratta di una semplice esortazione alla concordia morale o a un’alleanza istituzionale, ma dell’invito a partecipare alla stessa comunione d’amore che lega il Figlio al Padre. Questa unità profonda e visibile diventa lo strumento missionario per eccellenza, poiché è proprio attraverso l’amore fraterno che il mondo può riconoscere e credere che Gesù è l’inviato di Dio. Cristo, legando la gloria ricevuta dal Padre ai suoi discepoli, rivela che la salvezza non è un fatto privato, ma una chiamata a riflettere la luce divina nella storia. Negli ultimi versetti, Gesù esprime il desiderio che l’umanità sia con lui dove egli si trova, contemplando la sua gloria eterna. Conoscere il Padre, una conoscenza che è relazione intima e vitale, squarcia il velo del mondo per far dimorare l’amore stesso di Dio nei cuori degli uomini. In questa pagina si compie così la sintesi del cristianesimo: un cammino di unità che parte dall’alto, attraversa la fraternità terrena e si compie nell’abbraccio eterno del Padre.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Essere una sola cosa

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Parola del Signore

Le parole di Gesù si fanno soffio, un ricamo di luce che avvolge i discepoli prima del buio del Getsemani. Non è una semplice preghiera, ma un manifesto d’amore: «Siano una cosa sola, come noi». In questo frammento del Vangelo di Giovanni, la terra sfiora il cielo e i confini tra l’umano e il divino si dissolvono in un abbraccio invisibile e potente. Custoditi nel Nome che è sopra ogni nome, siamo chiamati a galleggiare sulle acque agitate del mondo senza mai affondare, protetti da una promessa che profuma di infinito. La santità non è una meta distante, ma una veste di verità e di grazia che ci consacra alla bellezza, trasformando la nostra fragilità in un riflesso della stessa unità divina. C’è una nostalgia d’assoluto in questi versetti, il sogno di un’umanità ricucita dove ogni solitudine svanisce per farsi comunione, battito condiviso, armonia perfetta. E mentre il mondo fuori grida e si divide, questa preghiera rimane custode di un segreto eterno: siamo nati separati solo per imparare a ritrovarci uniti, come gocce che riscoprono l’oceano, eternamente amati, eternamente uno.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Padre, è venuta l’ora …

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 17, 1-11aa

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni e’ssere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Parola di Dio

Viviamo in un’epoca sospesa tra la poesia del passato e un futuro che accelera a ritmi vertiginosi. Di giorno camminiamo tra le piazze storiche, immersi in un quotidiano sempre più complesso e complicato e siamo chiamati a superare sfide prima non immaginabili, eppure basta un soffio di vento per ricordarci la bellezza fragile del nostro pianeta. Sognare oggi non significa fuggire dalla realtà dei telegiornali o dalle risonanze dell’intelligenza artificiale che riscrive il nostro quotidiano, ma trovare un punto di equilibrio nel caos. C’è una strana magia nel vedere l’umanità che dibatte di algoritmi e viaggi su Marte, mentre sotto lo stesso cielo un poeta anonimo stringe ancora un libro di carta in metropolitana. Forse il vero sogno contemporaneo è proprio questo: non perdere la nostra capacità di stupirci, di cercare la bellezza nelle crepe di un mondo iperconnesso ma spesso distratto. Le luci delle città brillano come costellazioni terrestri, e in questo intreccio continuiamo a cercare il nostro senso profondo, sospesi su un filo di speranza che nessuna crisi globale potrà mai spezzare, finché avremo la forza di guardare verso l’alto e continuare a chiamare: “Padre … “.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo

Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 16, 29-33

In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio».
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Parola del Signore

​Il brano si colloca nel cuore dei discorsi d’addio, un momento di altissima densità emotiva e spirituale. I discepoli, di fronte alla limpidezza delle parole di Gesù, provano un moto di sollievo e presumono di aver finalmente compreso tutto: “Ora sappiamo che sai tutto”, dicono, convinti che la loro fede sia ormai incrollabile. Ma Gesù, con uno sguardo che unisce realismo e infinita tenerezza, ne ridimensiona l’entusiasmo: “Adesso credete?”. Egli sa bene che la fragilità umana è sempre in agguato e predice il momento imminente della prova, in cui si disperderanno lasciandolo solo. Tuttavia, la solitudine di Gesù è solo apparente, poiché il Padre è sempre con Lui. La chiave di volta dell’intero passaggio risiede nel versetto finale, un vero e proprio testamento di speranza per la Chiesa di ogni tempo. Gesù non nasconde la realtà: nel mondo ci sarà da soffrire, la tribolazione è inevitabile. Eppure, l’invito non è alla rassegnazione, ma al coraggio: “Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!”. La vittoria di Cristo non elimina la fatica del cammino, ma la abita, offrendo ai credenti la certezza che il male e la morte non hanno l’ultima parola. La pace che Egli dona non è l’assenza di conflitti, ma una saldezza interiore che nasce dal sapersi amati e custoditi da Colui che ha già sconfitto il buio.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra

Per leggere il commento clicca sul link qui sotto

https://www.arcidiocesigaeta.it/angolo-della-preghiera-ascensione-17-maggio-2026

oppure leggi qui.

Il brano di Matteo che leggiamo nella solennità dell’Ascensione rappresenta il “grande invio”, ma il suo cuore pulsante non è solo il comando di andare, bensì la promessa che lo sigilla: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Questa non è una rassicurazione astratta, ma una presenza concreta che si intreccia con la nostra quotidianità, spesso soffocata dal rumore e dalla frenesia.

Per percepire questo “Dio-con noi” tra le pieghe dei nostri impegni, diventa vitale riscoprire il valore della sobrietà. Vivere in modo semplice non significa privazione, ma libertà: liberare lo spazio interiore dall’accumulo di oggetti e preoccupazioni superflue che rendono il cuore sordo.

È nel silenzio di una vita essenziale che la voce del Padre smette di essere un sussurro lontano e diventa una certezza presente. Quando riduciamo il superfluo, impariamo a riconoscere Cristo non solo nei grandi eventi, ma nei gesti ordinari: nel pane condiviso, in un ascolto paziente, nel lavoro svolto con cura. La sobrietà educa lo sguardo a scorgere l’Eterno nel frammento di ogni giorno, ricordandoci che non siamo mai soli nella nostra fatica, perché Egli cammina al nostro fianco, rendendo sacro ogni istante della nostra esistenza terrena fino al suo compimento.

Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia