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Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.

Dal Vangelo secondo Luca 6,6-11

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Parola del Signore

Il brano di Luca (Lc 6, 6-11) ci mette di fronte a una tensione profonda tra la lettera della legge e lo spirito dell’amore. Gesù si trova nella sinagoga in giorno di sabato e incontra un uomo con la mano destra paralizzata, l’organo che simboleggia l’agire, il lavoro e la capacità di entrare in relazione con il mondo. Gli scribi e i farisei osservano Gesù con sguardo giudicante, sperando di trovarvi un pretesto per accusarlo: per loro il rispetto formale del riposo sabatico conta più della restaurazione di una vita umana.

​Gesù, conoscendo i loro pensieri, non si sottrae al conflitto né agisce di nascosto, ma mette l’uomo al centro della scena, restituendogli immediatamente dignità. La sua domanda provoca i presenti e smaschera l’ipocrisia di una religiosità rigida: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?». Il silenzio degli accusatori rivela la palese incapacità di cogliere il cuore del messaggio divino, che colloca sempre il bene dell’uomo al di sopra di ogni norma formale.

​L’invito «Tendi la tua mano» è un atto di profonda fiducia e guarigione che va oltre il miracolo fisico. Tendere la mano significa uscire dall’isolamento, rimettersi in gioco e riappropriarsi del proprio futuro. Sdegnato e rattristato per la durezza del loro cuore, Gesù dimostra che un culto che sacrifica la compassione in nome di una regola sterilizza la fede e la trasforma in uno strumento di potere. Questo episodio ci sfida ad analizzare il nostro sguardo: siamo osservatori giudicanti pronti a difendere le nostre certezze, o siamo capaci di metterci in gioco per restituire speranza e vita a chi ci sta accanto?

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?


Dal Vangelo secondo Luca 6,1-5

Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
Parola del Signore

Il passo di Luca 6,1-5 ci mette di fronte a uno dei cortocircuiti più frequenti nella vita spirituale e umana: il rischio di trasformare le regole in un fine anziché in un mezzo. I discepoli hanno fame e raccolgono qualche spiga di sabato. Per i farisei questo gesto diventa una grave violazione formale. Essi osservano la norma con rigore, ma perdono totalmente di vista l’uomo che hanno davanti e il suo bisogno primario.

​Gesù risponde richiamando l’episodio del re Davide per ribaltare la prospettiva: la legge di Dio nasce per custodire la vita, non per soffocarla. Quando una norma religiosa o morale diventa un ostacolo al bene concreto della persona, perde il suo senso originale. Dichiarandosi “signore del sabato”, Gesù restituisce alle regole il loro vero valore pedagogico: sono al servizio della libertà e della relazione, mai del giudizio cieco. Questo testo ci invita a chiederci se le nostre certezze e norme quotidiane ci rendono più capaci di amare o semplicemente più rigidi verso gli altri. 

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Io so chi tu sei: il Santo di Dio!

Dal Vangelo secondo Luca 4,31-37

In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.
Parola del Signore

C’è un fremito sottile che attraversa la penombra della sinagoga di Cafarnao, un brivido profondo che non nasce dalla paura, ma dall’incontro con l’ineffabile. Gesù parla, e le sue parole non sono un semplice eco di leggi antiche, ma un soffio vivo che ridesta la materia, una vibrazione d’eternità che accarezza l’anima e ne spalanca gli abissi. In quel silenzio sospeso, dove persino il tempo sembra trattenere il respiro, un’ombra si agita, incapace di sopportare la luce calda e purissima che emana dal Maestro. È l’urlo del buio che si spezza, una voce profonda e tremante che rompe l’incanto per svelare il segreto nascosto al mondo: «Io so chi tu sei: il santo di Dio!». In quell’invocazione disperata e lucida, l’oscurità riconosce la sua fine e, al contempo, l’alba della vera libertà. Basta una sola parola di Gesù, un comando dolce e sovrano come il vento che placa la tempesta, per sciogliere le catene invisibili e restituire l’uomo alla sua luce originaria. Il male si dissolve come nebbia al sole del mattino, lasciando dietro di sé non la rovina, ma uno stupore reverente e una pace che ha il sapore delle stelle. Gli sguardi dei presenti si intrecciano, smarriti e sognanti, attraversati dalla certezza che il cielo ha finalmente toccato la terra, portando con sé una promessa di grazia che nessun buio potrà mai più spegnere.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Molti sono chiamati, ma pochi eletti

Dal Vangelo secondo Matteo 22,1-14

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Parola del Signore

La parabola del banchetto nuziale ci spalanca davanti una verità sorprendente: Dio non organizza una festa per pochi intimi, ma spalanca le porte del suo Regno a chiunque. La chiamata è universale, gratuita e insistente, rivolta ai crocevia delle strade della nostra quotidianità, tra buoni e cattivi, senza distinzioni o prerequisiti morali.

​Tuttavia, il finale del racconto ci consegna una frase che spesso spaventa: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Dio non fa preferenze né selezioni all’ingresso, ma rispetta profondamente la nostra libertà. Tutti riceviamo l’invito, ma far parte degli “eletti” non dipende da un privilegio di nascita, bensì dalla nostra risposta concreta.

​L’abito nuziale mancante all’invitato rappresenta proprio questo: la disponibilità del cuore a lasciarsi trasformare dall’incontro. L’elezione non è un’esclusione dall’alto, ma un’adesione dal basso. I “pochi” non sono i fortunati scelti a caso, ma coloro che scelgono di indossare la veste della grazia, del cambiamento e dell’amore. È la differenza sottile, ma decisiva, tra l’essere semplicemente presenti a una festa e il viverla davvero con tutto se stessi.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.

Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore

C’è una luce di primo mattino che attraversa le pagine di questa parabola, una luce antica e al tempo stesso del tutto nuova, che disorienta i calcoli e spalanca gli occhi del cuore. Il padrone della vigna muove i suoi passi all’alba, poi alle nove, a mezzogiorno, nel pomeriggio, e persino quando l’ombra della sera sta già accarezzando la terra: non si stanca mai di uscire, di cercare, di chiamare a sé ogni anima smarrita ai margini delle ore. Non importa quante ore la tua pelle abbia sopportato il peso del sole, né quanti cesti la tua stanchezza sia riuscita a riempire; al calar del sole, la ricompensa supera ogni misura umana, trasformandosi in una carezza d’amore immensa, identica e sovrabbondante per ciascuno. È in questo soffio di pura grazia che la Terra intera capovolge le sue leggi, sospesa dentro un abbraccio che non conosce la fredda contabilità dei meriti. «Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi» non è una minaccia o un castigo, ma l’eco profonda e dolcissima di un sogno infinito: il momento perfetto in cui il mondo sottosopra degli uomini finalmente si allinea alla misura del Cielo. Lì, dove l’ultimo ad arrivare viene stretto per primo sul petto del Padre, ci accorgiamo che la grazia non si guadagna con le ore di lavoro, ma si riceve a mani aperte come rugiada pura. Chi pensava di camminare in testa scopre la bellezza di farsi piccolo, di arretrare con gioia per fare spazio a chi non aveva più forza né speranza per sperare. Le gerarchie umane, le corse affannose per superare gli altri e le medaglie d’orgoglio svaniscono come nebbia mattutina di fronte allo sguardo buono del padrone. E così ci ritroviamo tutti insieme, felici e stupiti, immersi in una sola meravigliosa danza, dove nessuno è rimasto indietro e l’amore è l’unica valuta che conta.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà

Dal Vangelo secondo Matteo 18,15-20

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore

Il passo di Matteo 18,15-20 traccia il profilo di una comunità credente fondata sulla cura reciproca e sulla riconciliazione. Eppure, al cuore di questo insegnamento risuona una promessa straordinaria che ne svela l’efficacia profonda: «se due di voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualsiasi cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Questa certezza non nasce da una formula magica, ma dalla potenza della comunione. Il termine evangelico usato per indicare l’accordo richiama una vera e propria “sinfonia” di cuori che mettono da parte l’individualismo per sintonizzarsi sul medesimo desiderio di bene. Quando due o tre si uniscono nel nome di Gesù, la loro preghiera cessa di essere una voce isolata e diventa la voce stessa di Cristo presente in mezzo a loro. È questa presenza viva a garantire l’ascolto del Padre: Dio non concede “qualunque cosa” per soddisfare capricci egoistici, ma perché riconosce nella preghiera concordia l’impronta del Figlio. La fraternità riconciliata diventa così il luogo teologico in cui il cielo tocca la terra, ricordandoci che la fede non è mai un cammino solitario, ma un’esperienza condivisa in cui la fiducia nell’Amore del Padre rende possibile ciò che all’uomo sembra irraggiungibile.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile.

Dal Vangelo secondo Matteo 17, 14-20

In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
Parola del Signore

Di fronte al male, perfino i discepoli falliscono, smarriti nella propria mancanza di fiducia. Gesù, tuttavia, non ci chiede una fede monumentale o perfetta; gli basta la grandezza di un piccolo granello di senape. Questa fiducia essenziale, anche se fragile, ha la forza di spezzare ogni condizionamento del male e di restituirci la libertà interiore. La disperazione, la solitudine, il senso di vuoto e le paure che ci paralizzano svaniscono. Il male è quel sussurro interiore che ci persuade di non valere nulla, che ci incatena ai nostri errori e ci convince che la notte non finirà mai. La Fede è il bene che vince ogni male, nessuno escluso.

Avere fede oggi non significa non sperimentare il dolore, ma credere con certezza che la Grazia di Dio è sempre più forte di qualsiasi schiavitù. Quando smettiamo di fare affidamento solo sulle nostre forze e consegniamo a Cristo le nostre ferite, anche le montagne di angoscia più insormontabili iniziano a spostarsi, perché non siamo più soli a combattere. La fiducia in Dio sconfigge quel sussurro interiore che ci persuade di non valere nulla, che ci incatena ai nostri errori e ci convince che la notte non finirà mai. La fede in Dio ci salva e guarisce ogni nostra incertezza. Dio non ha mai abbandonato nessuno e non abbandona neanche noi. Ci chiede solo di avere Fede in Lui e nulla sarà impossibile, nulla!!!

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Chi ha orecchi, ascolti!

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 36-43

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Parola del Signore

​La parabola della zizzania e del grano tocca uno dei nodi più profondi del cuore umano: la convivenza quotidiana tra il bene e il male. Gesù spiega ai discepoli che la storia non è un campo perfetto e immacolato, ma un terreno in cui il nemico insinua il dubbio, la divisione e l’ingiustizia a fianco del buon seme. La prima tentazione dell’uomo è spesso l’impazienza: vorremmo estirpare subito ciò che consideriamo sbagliato, trasformandoci in giudici affrettati. Dio, invece, sceglie la via della misericordia e della pazienza, lasciando crescere insieme grano e zizzania per dare a ciascuno il tempo di portare frutto e convertirsi. Il momento della mietitura, tuttavia, ricorda che la storia non è infinita e che ogni scelta porta con sé una responsabilità morale. Il fuoco di cui parla il Vangelo non è un atto di vendetta arbitraria, ma l’esito naturale della distruzione che il male compie su se stesso: la zizzania non produce nulla e termina nell’inconsistenza. Al contrario, i giusti non sono chiamati a vivere nella paura del giudizio finale, bensì nella speranza della promessa di Cristo. Essi “splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”, rivelando che l’ultima parola sulla creazione appartiene alla luce, alla verità e alla vita vissuta nell’amore.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Ecco mia madre e i miei fratelli

Dal Vangelo secondo Matteo 12, 46-50

In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Parola del Signore

C’è un soffio di svelamento e di mistero nelle parole di Gesù che attraversano la folla accalcata. In quel cerchio stretto di sguardi, dove polvere e attesa si confondono, il tempo sembra fermarsi. Tutti cercano un legame di sangue, un confine noto, una porta chiusa che divida chi è dentro da chi è fuori. Eppure, con un gesto lento e colmo di luce, quelle dita si allungano a disegnare uno spazio senza pareti. Quel braccio teso non è solo un’indicazione, ma un ponte gettato sull’infinito dell’anima. Abbraccia i volti stanchi, le mani intrecciate, gli sguardi smarriti eppur desiderosi di cielo. «Ecco mia madre e i miei fratelli!», sussurra la Parola, e le coordinate del mondo crollano dolcemente. Non servono più genealogie, ma solo il coraggio di lasciarsi toccare da una Volontà più grande. I legami terreni sfumano come nebbia al mattino, lasciando il posto a una fraternità dello Spirito. Diventare madre di Dio, grembo che accoglie la luce, e fratelli di un unico cammino che non ha fine. C’è una tenerezza sconfinata in quell’invito a fare parte della stessa famiglia del Cielo. Basta ascoltare la voce del Padre e farla fiorire nei giorni, come un seme che spezza la terra. In quel gesto teso c’è il sogno di un mondo in cui nessuno è più estraneo o dimenticato. Siamo tutti chiamati a sederci a quell’unica mensa, intrecciando i nostri passi nella grazia. E in quell’abbraccio invisibile, il cuore ritrova finalmente la sua casa prima e ultima.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Ecco il mio servo, che io ho scelto

Dal Vangelo secondo Matteo 12, 14-21

In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».

Parola del Signore

Il brano di Matteo 12, 14-21 ci immerge in un contrasto profondo: da un lato il complotto dei farisei, il rumore del potere che condanna; dall’altro, il silenzio mite di Gesù che si ritira, curando le ferite senza pretendere il centro della scena. «Ecco il mio servo che io ho scelto», sussurra la Scrittura, dipingendo un ritratto che sembra quasi un sogno a occhi aperti nel nostro mondo così incline all’esibizionismo. Un servo che non grida nelle piazze, che custodisce la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumante, offrendo un’immagine di vicinanza e tenerezza che è pura utopia per chi ragiona solo in termini di performance e successo.

​Questa delicatezza divina interroga profondamente la nostra vita parrocchiale quotidiana, spesso intrappolata nella fretta dell’efficienza e nell’ansia dei numeri. A volte trasformiamo le nostre comunità in aziende di eventi spirituali, dimenticando che lo stile del Servo Scelto è quello del lievito nascosto, dell’ascolto che non fa rumore. Sognare una parrocchia secondo il Vangelo significa allora riscoprire la bellezza di quel “lucignolo fumante”: accogliere il giovane che ha smarrito la fede, custodire l’anziano solo che fatica a seguire il passo, senza pretendere che tutti siano perfetti o “produttivi”.

​Il vero volto del servo si riflette in quelle riunioni pastorali dove si smette di contare quanti siamo e si comincia finalmente a chiederci come amiamo. È il sogno di una Chiesa dal passo lento, che sa ritirarsi dal frastuono dei social e dei personalismi per farsi spazio di guarigione, dove l’unica legge è la giustizia dell’amore gratuito che non spegne mai la speranza di nessuno.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️