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Mite e umile di cuore

Dal Vangelo secondo Matteo 11. 28-30

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Parola del Signore

Sotto il cielo frenetico di questo nostro tempo sbiadito, tra notifiche incessanti, echi di guerre lontane e l’ansia di dover sempre performare, risuona un invito antico, come un sussurro di vento fresco tra le crepe del cemento.

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi”. Che parola immensa per una generazione in costante affanno, che rincorre algoritmi e si dimentica di respirare, schiacciata da pesi invisibili ma spietati.

È un sogno di tregua quello che si apre tra le righe di Matteo, un’oasi di silenzio dove non serve dimostrare nulla, né vincere alcuna corsa all’oro digitale.

Cristo non offre un manuale di produttività, ma il Suo cuore mite e umile, una carezza leggera che disarma la nostra finta forza e accoglie le nostre fragilità.

Immagino il Suo giogo non come una catena, ma come un abbraccio che sostiene, una promessa di leggerezza in un mondo che, al contrario, ci vuole rigidi, d’acciaio, impeccabili.

In questa mitezza rivoluzionaria c’è l’unica vera ribellione possibile al rumore del presente: deporre le armi dell’orgoglio, rallentare il passo e lasciarsi finalmente cullare.

Forse il ristoro che cerchiamo disperatamente non è altrove, nel prossimo traguardo, ma in quel battito calmo e accogliente che ci sussurra, da sempre, che siamo già abbastanza.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 25-27

In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Parola del Signore

Camminiamo sospesi su fili di dati, dimenticando il sapore del silenzio. Eppure, sotto il cielo stellato di un mondo che corre senza una meta, risuona ancora quel sussurro antico, dolce come un sogno ad occhi aperti:

«Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli».

​Non nei talk-show urlati, né nelle fredde analisi dei geopolitici di turno, si posa la carezza della verità, ma negli occhi di chi sa ancora stupirsi.

I grandi della terra disegnano confini e calcolano profitti sulle macerie, mentre i piccoli curano la terra con la pazienza invisibile dei poeti.

Sono loro a custodire il segreto di una pace che non fa notizia, loro che guardano le nuvole e vedono ancora vascelli carichi di speranza.

In questa notte dell’umanità, dove la tecnologia sembra avere ogni risposta, la vera sapienza si fa spazio nell’abbraccio disarmato di chi sa amare.

Padre del cielo, ridonaci lo sguardo puro di chi sa accogliere il mistero, per ritrovare la via di casa, semplicemente camminando insieme.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 20-24

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:
«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Parola del Signore

Immagina di avere la verità a un passo da te, visibile eppure ignorata. È questo il brivido freddo che attraversa le parole di Gesù in Matteo 11. Un rimprovero tagliente, rivolto a chi ha visto il divino e ha scelto l’apatia. Corazin, Betsaida, Cafarnao: culle di miracoli rimaste sorde al cambiamento. Gesù non usa giri di parole e lancia una provocazione che scuote la storia: persino Sodoma, Tiro e Sidone — icone di perdizione e orgoglio pagano — si sarebbero inginocchiate nella polvere davanti a una tale dimostrazione d’amore. Il paradosso è sconvolgente: chi è lontano si sarebbe convertito all’istante, mentre chi è vicino si culla in una sterile e rassicurante indifferenza. Questo testo non è una minaccia lontana, ma uno specchio per il nostro presente. Ci ricorda che il pericolo peggiore non è sbagliare, ma abituarsi alla grazia. Nel giorno del giudizio, la responsabilità peserà in base alla luce ricevuta. Più ci viene donato, più il nostro cuore è chiamato a farsi vulnerabile. Un monito disarmante che trasforma il timore del futuro in urgenza d’amare: non lasciarti scivolare addosso lo stupore, perché l’indifferenza è la vera condanna.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Sono venuto a portare non pace, ma spada

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 34-11.1

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Parola del Signore

C’è un’inquietudine feconda che attraversa la storia, una fessura di luce che taglia il buio della nostra apparente quiete. Quando il Vangelo parla di una “spada” portata sulla terra, non evoca il metallo che ferisce, ma la lama affilata della verità, quella scelta radicale che separa il grano dal loglio nel segreto del cuore. È un invito sognante e severo a non accontentarsi di una pace anestetizzata, di quel silenzio complice che troppo spesso scambiamo per armonia nei nostri salotti o nei feed dei social. Oggi, mentre guardiamo alle ferite geopolitiche del nostro tempo e ai conflitti che lacerano i confini del mondo, quella Parola risuona come un monito bruciante. Ci ricorda che la vera pace non è l’assenza di tensioni, né il compromesso comodo di chi si gira dall’altra parte di fronte alle ingiustizie. Cristallizza l’urgenza di una responsabilità che divide il conformismo dal coraggio, spingendoci a prendere posizione, anche a costo di rompere equilibri familiari e rassicuranti. Chi accoglie il profeta sa che la fedeltà all’umano richiede un prezzo alto, un cammino controcorrente che attraversa la notte del dubbio per approdare a un’alba autentica. Solo spezzando i falsi idilli di una tranquillità egoistica possiamo riscoprire il valore di un piccolo gesto — un bicchiere d’acqua fresca dato con amore — capace di ridestare la speranza profonda del mondo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Il seminatore usci a seminare

L’ANGOLO DELLA PREGHIERA
XV Domenica del Tempo Ordinario — 12 luglio 2026

Il seminatore uscì a seminare
(meditazione su Mt 13,1-23)

C’è un’eleganza silenziosa nel gesto del seminatore, un ritmo antico che somiglia al battito stesso dell’universo.

Esce all’alba, quando la terra respira ancora la rugiada della notte, e non stringe i pugni sul suo tesoro; al contrario, apre le mani con una fiducia sconfinata, quasi folle, gettando la vita al vento. Non calcola la convenienza del suolo, non discrimina la roccia dal fango, né la spina dalla zolla dorata. Il suo è un atto d’amore puro, un invito sussurrato a ogni angolo di mondo affinché provi ad accogliere il mistero della fioritura. Anche dove la strada è dura, calpestata dai passi stanchi dei giorni, o dove il sole brucia senza lasciare radici, la promessa è stata deposta.

Diventiamo allora custodi di questo seme invisibile, cercando nel nostro profondo quella terra morbida e silenziosa, lontana dal rumore dei rovi e dalle ansie del giorno. E nel silenzio dell’ascolto, mentre il mondo corre distratto, quel piccolo chicco invisibile si sveglia, rompe la terra e si trasforma in una foresta di spighe dorate, pronte a danzare nel vento della sera.

Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia

Voi che mi avete seguito, riceverete cento volte tanto

Dal Vangelo secondo Matteo 19, 27-29

In quel tempo, Pietro, disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

Parola del Signore

Pietro chiede a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto, cosa ne avremo?». È la domanda che ci facciamo anche noi oggi, nel 2026, quando l’egoismo ci sussurra che non vale la pena spendersi per gli altri, che l’onestà non paga e che proteggere il proprio piccolo recinto è l’unica salvezza. Ma la voce dei profeti oggi grida il contrario: chi vive calcolando ogni briciolo di amore e di tempo rimarrà sempre con le mani e il cuore vuoti. Gesù risponde con la promessa del “cento volte tanto”: non un premio magico o materiale, ma una promessa di libertà interiore e di relazioni autentiche. Se smetti di vivere arroccato nel tuo “mio” — i tuoi schermi, le tue sicurezze, le tue paure — scoprirai una vita immensamente più grande. Chi lascia la pretesa di possedere tutto, riceve in dono il mondo intere e impara a guardare gli altri non come rivali, ma come fratelli. Il centuplo non è accumulare, è accorgersi che donando se stessi non si perde nulla, ma si guadagna una gioia che nessuna crisi e nessun algoritmo potranno mai comprare.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 16 – ,23

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore

Il brano di Mt 10, 16-23 risuona oggi con una lucidità disarmante: l’invito a essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” fotografa perfettamente la postura richiesta al cristiano immerso nella complessità della nostra attualità. Viviamo in un’epoca di polarizzazioni esasperate, dove la verità viene spesso manipolata e i credenti si scoprono minoranza, talvolta esposta a nuove forme di ostilità o isolamento culturale. In questo scenario di fragilità, il Vangelo non promette una strada in discesa, ma offre una certezza radicale: «Non preoccupatevi di come o di che cosa parlerete… non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro». Questa promessa disinnesca l’ansia da prestazione apologetica e l’ossessione del dover difendere a tutti i costi una posizione sociale. Lo Spirito non è un suggeritore magico che elimina la fatica del pensiero, ma una Presenza che abita il silenzio e trasforma la vulnerabilità in testimonianza credibile. Davanti ai tribunali moderni dell’opinione pubblica, della gogna mediatica o dell’indifferenza cinica, la forza del cristiano non risiede in una retorica aggressiva, bensì nella mitezza disarmata. Custodire la speranza e rimanere saldi sino alla fine, come chiede il testo, significa non cedere alla tentazione del rancore, lasciando che sia la voce stessa del Padre a parlare attraverso una vita spesa per il bene.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 7-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

Parola del Signore

Camminare a piedi scalzi sulle strade del mondo, senza borsa né oro, sembra il sogno sbiadito di un visionario, eppure è la provocazione più accesa del Vangelo di oggi. In un’epoca frenetica come la nostra, dove ogni click ha un prezzo, ogni interazione cerca un profitto e persino l’intelligenza artificiale e gli algoritmi monetizzano i nostri respiri e i nostri desideri, quel comando risuona come un canto controcorrente: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». È l’invito a riscoprire la bellezza del dono incondizionato, l’unica vera rivoluzione capace di scardinare le logiche spietate del mercato globale e dell’individualismo. Immagino i discepoli partire leggeri, ricchi solo di uno sguardo di pace da offrire alle case che incontrano, una pace che non si compra nei negozi e che non si può quotare in borsa. Oggi più che mai, tra guerre che cercano confini e mercati che alzano barriere, abbiamo bisogno di questa “economia dello stupore”, dove il valore di una persona si misura da ciò che sa regalare senza pretendere nulla in cambio. Curare i malati, risuscitare la speranza nei cuori spenti, sanare le ferite di una terra abusata: sono i miracoli quotidiani della gratuità. Se solo imparassimo a respirare questo ritmo, l’aria stessa si farebbe più limpida, ricordandoci che le cose più grandi della vita – l’amore, la grazia, lo stupore del mattino – ci sono state donate prima ancora che potessimo desiderarle. Diventiamo allora viandanti leggeri, capaci di scuotere la polvere del pessimismo dalle scarpe e di seminare, lungo le strade asfaltate della modernità, il profumo eterno di un cielo che si dona a tutti, sempre, gratis.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Festa di Aquila e Priscilla

​Il Profumo del Pane e del Silenzio: La Nostra Storia sui Passi di Aquila e Priscilla

​Oggi non è soltanto un giorno sul calendario. Oggi è il battito cardiaco del nostro cammino.

​Mentre la Chiesa festeggia i santi sposi Aquila e Priscilla, noi celebriamo, con il cuore colmo di stupore, l’anniversario della nostra oblatura camaldolese nel silenzio accogliente del Monastero di Sant’Antonio Abate in Roma.

​Il nostro viaggio della mente e dello spirito non è stato una linea retta, ma un ricamo lungo, paziente, a tratti misterioso. A guidarci, a prenderci per mano quando la strada sembrava sbiadire, sono stati proprio loro: Aquila e Priscilla. Una coppia normale che ha saputo rendere straordinario il quotidiano, collaborando con l’apostolo Paolo e offrendo a Cristo tutto ciò che aveva: la propria casa, il lavoro delle mani, il tempo della vita e un Amore sconfinato per il Vangelo.

​Una Casa con le Porte Aperte al Cielo

​Da anni, nel segreto del nostro cuore, quel medesimo desiderio ha iniziato a bruciare come una piccola lampada ad olio. Abbiamo sentito il bisogno dolce e urgente di spalancare le porte della nostra casa, trasformandola in un porto sicuro per incontri personali, sguardi condivisi e piccoli gruppi in cerca di senso.

​Non è stato sempre facile. Abbiamo camminato tra riserve timorose, sfiorato i freddi venti dell’indifferenza, ma non ci siamo fermati. Anche quando le parole svanivano, abbiamo continuato a camminare nel Silenzio, custodi di una promessa. Abbiamo servito dove c’era bisogno, senza chiedere o pretendere nulla, se non il privilegio di legarci, ogni giorno di più, alla Parola. Una Parola che non è un testo da studiare, ma la nostra quotidiana, amatissima compagna di viaggio.

​Chi ci conosce sa che questa semina invisibile ha radici profonde. Ogni mattina, da anni, condividiamo una piccola scintilla di luce sul Vangelo del giorno — e da oltre un anno abbiamo la gioia di farlo la domenica anche per il sito della Diocesi di Gaeta. È il nostro piccolo segno, una minuscola ma vivissima testimonianza della nostra vocazione. Per chi volesse sbirciare dentro questo sogno, i nostri passi sono custoditi sul sito www.eremodifamiglia.it e sulle nostre pagine Instagram e Facebook.

​Il Grazie Più Bello: A Chi Ci Ama e a Chi Ci Insegna a Restare Saggi

​Oggi vogliamo solo dire Grazie. Lo diciamo con la voce che trema di gratitudine a tutte le persone che ci hanno accolto, ascoltato, consigliato e amato. Il nostro pensiero più affettuoso vola tra le mura del Monastero di Sant’Antonio Abate a Roma, oasi di pace e nostra culla spirituale.

​Ma oggi il nostro grazie va anche a chi ha scelto l’indifferenza. A chi, forse, ha tentato di ostacolare i passi o non ha capito. Anche loro, senza saperlo, sono stati strumenti della Grazia: ci hanno insegnato la pazienza, hanno purificato le nostre intenzioni e ci hanno spinto a proseguire con ancora più slancio.

​Sognando Sotto lo Sguardo di Dio

​La fede semplice, essenziale e straordinariamente ordinaria di Aquila e Priscilla continua a ispirare i nostri passi, a colorare i nostri pensieri e a nutrire la nostra povera, ma costante, preghiera. Oggi preghiamo per il bene di tutti e, con tutto il fiato che abbiamo in corpo, per la Pace nel mondo.

​Il Signore continui a guidare questo nostro cammino: un sentiero spesso nascosto agli occhi del mondo, ma sempre acceso, vibrante e presente. Continueremo a camminare finché Lui lo vorrà, finché la Sua volontà desidererà questo profumo di cielo nella nostra casa.

Buona Festa di Aquila e Priscilla a tutti voi… e anche a noi!

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele.

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 1-7

In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».

Parola del Signore

Il mandato di Gesù nel Vangelo di Matteo (10, 1-7) risuona oggi come un invito sognante e disperato a rintracciare l’umano laddove si è smarrito. In un mondo iperconnesso ma profondamente frammentato, le “pecore perdute” non sono più soltanto un’immagine biblica, ma il volto nitido della nostra contemporaneità: rappresentano i giovani intrappolati nell’isolamento sociale e nella depressione digitale, naufraghi di un deserto virtuale che promette comunità e restituisce solitudine. Inviare i discepoli a cercarle significa, nel nostro presente, svestire i panni dell’indifferenza per camminare lungo le strade dell’incomunicabilità e del disagio psicologico moderno. C’è una poesia profonda in questo comando: non si tratta di giudicare chi si è smarrito dietro ai miraggi dell’apparenza, ma di annunciare che il “regno dei cieli è vicino”, ovvero che esiste ancora uno spazio di cura autentica, di abbraccio reale e di vicinanza disarmata. Il sogno di quel cammino antico si fa così urgenza odierna: spegnere il rumore di fondo degli algoritmi per riascoltare il battito fragile di chi si sente invisibile, restituendo a ogni solitudine la certezza di essere cercata, vista e finalmente salvata.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️