Scelsero sette uomini pieni di Spirito e di sapienza

Dagli Atti degli Apostoli
At 6,1-7

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.
Allora i Dodici convocarono il dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Parola di Dio.

Cari amici oggi riflettiamo su questo passo di Atti, nel quale gli Apostoli scelgono i primi sette diaconi. Ebbene, ora provate ad immaginare una comunità dove il mormorio del bisogno non diventa divisione, ma melodia di una nuova chiamata: lì, tra il profumo del pane e il fervore della Parola, nasce la splendida armonia del diaconato. È un sogno che si fa carne, il momento in cui la Chiesa capisce che per guardare il Cielo deve sapersi chinare con amore infinito sulla terra.

​Sette uomini, scelti non per potere ma per pienezza di Spirito e Sapienza, diventano icone di una carità che danza tra i tavoli e le strade. Il diacono è il custode della soglia, il ponte invisibile e luminoso che assicura che nessuno, mai, resti indietro o si senta dimenticato nel banchetto della vita.

​Oggi più che mai, in un mondo che ha sete di gesti autentici, l’istituzione del diaconato brilla come una promessa: c’è un campo immenso da arare e c’è bisogno di cuori che sappiano servire con la leggerezza degli angeli e la concretezza degli operai. È la rivoluzione della tenerezza, dove il servizio non è un compito, ma il modo più alto e attrattivo di narrare la presenza di Dio tra noi.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

PS Se vuoi facci compagnia e prova a scriverci un pensiero, anche una parola per dirci “Eccoci, … Sono con voi … Servire è gioia”. Aiutaci a costruire gioia!!!

Videro che Gesù camminava sulle acque

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,16-21

Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro u, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Parola del Signore.

Oltre il buio del lago: Il coraggio di accogliere l’Oltre

​Immaginate la scena: il nero dell’acqua che si confonde con quello del cielo, il respiro corto per la fatica dei remi e quel vento contrario che sembra voler risucchiare ogni speranza. I discepoli sono soli, immersi in una notte che non è solo cronologica, ma esistenziale. È in questo scenario di smarrimento che Gesù cammina sulle acque, apparendo inizialmente come un fantasma, un’ulteriore minaccia. Ma la sua voce rompe il fragore delle onde: «Sono io, non abbiate paura». Non è un invito magico a ignorare il pericolo, ma la rivelazione di una presenza che abita il caos.

​Oggi viviamo in un’epoca di “venti contrari”: conflitti che sembrano senza fine, incertezze economiche e una solitudine digitale che spesso ci fa sentire naufraghi in un mare di informazioni. Eppure, quel “non abbiate paura” risuona come un’ancora lanciata nel futuro. Non ci viene chiesto di fermare la tempesta con le nostre mani, ma di avere il coraggio di far salire a bordo ciò che ci spaventa. Nel momento in cui i discepoli accettano di accoglierlo sulla barca, il testo dice che “immediatamente la barca toccò la riva”. Il segreto non è l’assenza del mare agitato, ma la velocità con cui l’amore trasforma il viaggio in un approdo sicuro. Sognare oggi significa credere che, anche nel buio più fitto dell’attualità, non siamo mai soli al timone.

“La paura bussa alla porta, il coraggio apre e non trova nessuno. Perché sulla soglia, ora, c’è una Presenza.”

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Chi crede nel Figlio ha la vita eterna

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,31-36

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Parola del Signore

Leggere il capitolo 3 di Giovanni è come affacciarsi da una scogliera altissima, dove il vento dello Spirito soffia forte e pulito. Chi viene “dall’alto” non porta con sé il peso della polvere terrena, ma il profumo della luce; Gesù non parla per teorie, ma per testimonianza diretta di ciò che i suoi occhi divini hanno visto. In questo brano, la terra e il cielo sembrano sfiorarsi fino a fondersi.

​Immagina un amore così vasto che il Padre non trattiene nulla per sé, consegnando tutto nelle mani del Figlio. È in questo alveo di generosità assoluta che fiorisce la promessa più audace: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna». Non è un premio che attende in un futuro remoto, ma un seme che germoglia ora. Credere non è un semplice assenso mentale, ma un tuffo nel battito stesso di Dio. Avere la vita eterna significa accorgersi che il tempo non è più una clessidra che si svuota, ma un oceano che si riempie di senso. È la fine della paura di finire: chi si affida a Cristo respira già l’aria dell’infinito, vivendo ogni istante come un frammento di cielo caduto sulla terra, dove l’amore è l’unica lingua che non conosce tramonto.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Chiunque fa il male, odia la luce.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parola del Signore.

C’è una fragilità quasi poetica nel modo in cui la Luce entra nel mondo: non irrompe per ferire, ma per svelare. In questo passaggio di Giovanni, l’infinito si fa carezza, un dono talmente vasto da sembrare un sogno ad occhi aperti. Eppure, qui si consuma il dramma dell’ombra.

“Chiunque fa il male odia la luce” non è una condanna, ma la descrizione di un cuore che ha paura di farsi guardare. Fare il male, nel senso più profondo, è cercare un nascondiglio, erigere pareti di nebbia per non incrociare lo sguardo dell’Amore. È la scelta di restare in un bozzolo di solitudine, convinti che la verità sia un giudice spietato anziché un fuoco che riscalda.

​Chi si rifugia nell’oscurità non teme solo di essere scoperto; teme di essere visto. Teme che quella luce, toccando le crepe del proprio spirito, possa mostrare quanto siamo piccoli senza l’abbraccio dell’Altissimo. Ma il paradosso è splendido: la Luce non viene per esporre le nostre macchie, ma per trasformarle in riflessi. Solo chi ha il coraggio di uscire allo scoperto scopre che la verità non è un tribunale, ma il mattino che finalmente mette fine alla notte dell’anima.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Chiunque crede avrà la vita

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,7-15

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Parola del Signore.

Immagina di essere seduto in un giardino a mezzanotte. Il silenzio è interrotto solo da un soffio improvviso che agita le foglie sopra di te: non sai da dove arrivi, né dove sia diretto, ma ne senti la freschezza sulla pelle.

​È in questa dimensione sospesa, tra la veglia e il sogno, che si colloca il dialogo tra Gesù e Nicodemo in Giovanni 3,7-15. È un invito a smettere di misurare la vita con il righello della logica umana per iniziare a percepirla con il battito dello Spirito.

​Il Vento che Scompiglia le Certezze

​Gesù parla di una rinascita dall’alto. Non è un tornare indietro nel tempo, ma un balzo in avanti nella qualità dell’essere.

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito.”

​Essere “nati dallo Spirito” significa diventare come quel vento: liberi, inafferrabili per le etichette del mondo, guidati da un’eco interiore che risuona di infinito. È il passaggio dal “dover essere” al “semplicemente essere” figli di un soffio divino.

​Lo Sguardo Verso l’Alto

​Il brano ci conduce poi su una vetta solitaria. Gesù evoca l’immagine del serpente innalzato nel deserto da Mosè: chiunque lo guardava, guariva. È un’immagine potente, quasi onirica, che prefigura la Croce non come un patibolo, ma come un faro.

​Guardare verso l’alto significa smettere di fissare le proprie ferite per guardare la Cura. È in questo innalzamento che la terra tocca il cielo, e l’uomo scopre di non essere fatto solo di polvere, ma di luce riflessa.

​La Promessa: “Chiunque crede avrà la vita eterna”

​E qui arriviamo al cuore pulsante della riflessione, il versetto che brilla come una stella polare:

“Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.”

​Questa non è una scadenza lontana, un premio da riscuotere dopo la morte. Nella lingua del sogno evangelico, la “vita eterna” è una condizione presente. È la vita di un’altra specie:

  • Eterna non perché infinita nel tempo, ma perché piena di significato.
  • Eterna perché immune alla ruggine della noia e alla paura della fine.

​Credere, in questo contesto, non è aderire a un dogma con la mente, ma affidarsi come un bambino che si addormenta tra le braccia di chi ama. È l’atto di spalancare le finestre dell’anima e dire: “Sì, mi fido del vento anche se non ne vedo i confini”.

​In questa promessa svanisce ogni esclusione. Quel “chiunque” è l’abbraccio universale di Dio: non servono titoli, meriti o perfezioni. Serve solo la sete. Chi beve a questa fonte smette di sopravvivere e inizia, finalmente, a esistere per sempre, qui e ora, immerso in un amore che non conosce tramonto.

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, ma è attraverso questo “credere” che i nostri sogni diventano l’unica, vera Realtà.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Il vento soffia dove vuole

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,1-8

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Parola del Signore.

Immagina una notte sospesa, dove il silenzio di Gerusalemme si fa denso e il buio sembra quasi voler proteggere i dubbi di un uomo che cerca. Nicodemo avanza tra le ombre, portando con sé il peso di una sapienza che sente improvvisamente stretta, insufficiente a contenere il mistero. Davanti a lui, una voce non offre definizioni, ma orizzonti: parla di una rinascita che non passa per la carne, ma per il soffio leggero e indomabile dello Spirito.

​È qui che la riflessione si fa rarefatta e sognante, toccando il cuore del brano:

«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

​In queste parole c’è il profumo della libertà assoluta. Lo Spirito non si lascia recintare dai nostri schemi, non abita le rassicuranti geometrie della nostra logica. È come quella brezza improvvisa che ti accarezza il volto in un pomeriggio d’estate: non puoi afferrarla, non puoi chiuderla in una stanza, puoi solo lasciarti spettinare.

​Rinascere dall’alto significa smettere di essere polvere statica per diventare vela. È accettare di non avere sempre la rotta tracciata, confidando nel fatto che quel soffio divino conosce direzioni che i nostri occhi non sanno ancora vedere. Siamo chiamati a essere come il vento: leggeri, imprevedibili, portatori di una melodia che non appartiene a noi, ma che risuona attraverso di noi. In questa notte di Nicodemo, impariamo che la vera vita inizia quando smettiamo di chiedere “come?” e iniziamo semplicemente a respirare l’Infinito.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Pace a voi

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». In quella sera di porte sbarrate per paura, il Risorto non abbatte i muri, ma li attraversa, portando l’unica arma capace di disarmare l’inferno: “Pace a voi!”. Non è un semplice saluto, ma un soffio di vita nuova che profuma di polvere rinascente. Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore.

Riflessione pubblicato anche sul sito della Diocesi Gaeta, clicca qui

​Oggi, mentre il mondo sussulta sotto i colpi di una “guerra a pezzi”, quel sussurro sembra perdersi tra le macerie. Lo sentiamo invocato tra i campi di grano feriti dell’Ucraina, dove il cielo è rigato dal fumo anziché dalle nuvole, e lo percepiamo come un grido soffocato nelle piazze dell’Iran, dove la dignità cerca il suo respiro contro l’oppressione.

​Tommaso siamo noi: abbiamo bisogno di toccare le piaghe per credere che l’amore sia ancora vivo. Eppure, le piaghe di Cristo sanguinano ancora oggi nei corpi dei profughi e dei dimenticati. Dire “Pace a voi!” nel 2026 significa avere il coraggio di spalancare quelle porte serrate dal cinismo e dal terrore, credendo che la luce possa filtrare anche attraverso le crepe di un mondo frammentato.

​La pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di una “speranza” che ha già attraversato la morte. È l’invito a diventare, noi stessi, quel soffio leggero che spegne l’incendio dell’odio, un frammento di luce in mezzo ai detriti della storia.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

https://www.arcidiocesigaeta.it/category/ultimi-documenti/angolo-preghiera

Gettate le reti

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,1-14

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Parola del Signore.

Sulla riva di un’alba che stenta a farsi luce, si consuma il naufragio delle nostre certezze. Le reti sono vuote, pesanti di una notte trascorsa a inseguire ombre in un mare muto. Ma ecco che una voce, sottile come il vento del mattino, squarcia la nebbia del fallimento: «Gettate la rete dalla parte destra».
Non è un comando, è un invito a cambiare prospettiva, a credere che l’impossibile abiti appena un palmo oltre la nostra stanchezza. Gettare le reti significa allora smettere di misurare il mare con la logica del “già visto” e tuffarsi nell’azzurro della fiducia. È il momento in cui il legno della barca smette di essere prigione e diventa altare. Sotto la superficie, il miracolo freme: non sono solo pesci, ma desideri finalmente esauditi. In quel gesto di obbedienza sognante, la fatica si trasforma in abbondanza e il pane sulla brace, a riva, ci sussurra che nessun naufrago è mai davvero solo se ha il coraggio di gettare ancora, una volta di più, il cuore oltre la sponda.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Venite a mangiare

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,1-14

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Parola del Signore.

Siamo anche noi sulle rive del Lago di Tiberiade. I discepoli, in quel momento sono sospesi tra la delusione della notte e l’incanto dell’alba. Sono stanchi e con le reti vuote, rappresentano ogni nostra fatica umana che sembra non portare frutto. Ma è proprio nel chiarore del mattino che Gesù si presenta sulla riva, non come un giudice, ma come un viandante premuroso. Il miracolo della pesca abbondante prepara il cuore, ma è l’invito “Venite a mangiare” a scuotere l’anima nel profondo. In quelle parole non c’è solo l’offerta di un ristoro fisico, ma un richiamo alla comunione perduta e ritrovata. Gesù ha già preparato il fuoco e il pane: Egli ci aspetta là dove siamo più fragili, pronti a trasformare il nostro fallimento in un banchetto di grazia. Sedersi a quella tavola significa riconoscere che non siamo soli nelle nostre tempeste e che ogni nostra fame, di senso o d’amore, trova finalmente risposta in Lui. È l’abbraccio del Risorto che si fa cibo, calore e casa, invitandoci a deporre le fatiche per lasciarci nutrire dalla Sua infinita tenerezza. Quel pasto sulla spiaggia non è una semplice cena, ma l’inizio di una missione nuova, dove l’unico motore è l’amore che si dona senza riserve.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Aquila e Priscilla