Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Parola del Signore
Questi versetti del Vangelo di Matteo a noi sembrano essere un invito alla pace interiore, incentrato sulla figura di Gesù che si rivela non come un sovrano distante, ma come un compagno di cammino. La frase “Io sono mite e umile di cuore” non descrive una debolezza, bensì una straordinaria forza interiore: la mitezza è il rifiuto della violenza per rispondere alle offese, mentre l’umiltà è la libertà dall’orgoglio e dal bisogno di dominare gli altri. Gesù si propone come un “rifugio” per chi è stanco, offrendo un giogo che non schiaccia, ma sostiene.
Tradurre questa mitezza e umiltà nel quotidiano significa compiere scelte concrete nelle nostre relazioni di tutti i giorni. Ad esempio, siamo miti quando, durante una discussione accesa in famiglia o sul posto di lavoro, decidiamo di ascoltare per capire anziché per rintuzzare, rinunciando ad avere l’ultima parola a tutti i costi. Esprimiamo umiltà quando sappiamo chiedere scusa sinceramente se commettiamo un errore, superando l’orgoglio, o quando accettiamo un consiglio senza sentirci sminuiti. Ancora, essere umili significa accorgersi di chi è invisibile, come un collega in difficoltà o un vicino anziano, dedicando loro del tempo senza cercare applausi o ritorni personali.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️