Archivi categoria: Commento ai Vangelo
Erano come pecore che non hanno pastore
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Parola del Signore.
Gesù vede le folle stanche, sfinite e disorientate e con l’immagine della pecora senza pastore descrive un popolo privo di guida spirituale, abbandonato a se stesso, fragile e in pericolo. Ai nostri giorni possiamo dire che la “folla senza pastore” rappresenta una umanità secolarizzata, rumorosa, solitaria, che ha perso il senso della contemplazione e che, inevitabilmente, diventa “idolatra”. Manca di fatto una vera guida (pastore) e le persone sono lasciate in balia delle loro paure e senza una direzione etica. In questo contesto emerge la necessità di un ritorno al “Buon Pastore”, come guida capace di dare senso alla vita e sicurezza (“non temerò alcun male”, citando il Salmo 23). Sentirsi “pecore senza pastore” non è solo un dato storico del Vangelo, ma una condizione esistenziale moderna in cui l’uomo, per salvare la sua vita, è chiamato a riconoscere la propria fragilità per ritrovare la necessità di una guida e di un senso ultimo.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio la testa di Giovanni
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,14-29
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
Parola del Signore.
Quando il male agisce è capace di compiere azioni orrende. Il fatto narrato nel Vangelo di oggi è il trionfo di un male orribile dove il macabro danza sollecitando emozioni che danno soddisfazione ai più biechi sentimenti. La mollezza cede di fronte all’agire rapace di un male capace di insinuarsi tra le pieghe della vita trasformando le nostre vite in strumenti di morte e di dolore infinito. Il male sembrerebbe il frutto di una azione lineare, una promessa da mantenere, un onore da lavare con il sangue. Non c’è nulla di più falso e di più perverso. La giustificazione di un comportamento che da concretezza al male assoluto e ad una crudeltà che fa rabbrividire rappresenta la negazione di ogni umanità. Purtroppo, e lo sappiamo bene, ancora oggi questo meccanismo malefico si realizza in tante parti del mondo con una puntualità inesorabile come se la storia non ci avesse insegnato nulla. Opporsi al male è un dovere se vogliamo contribuire a fermare le sue orribili conseguenze. Non facciamo esempi ma il principio che deve guidarci è chiaro: non permettere al male di esplicare i suoi nefasti effetti tenendo presente che il bene va oltre ogni regola, ogni proibizione, ogni impedimento. Il bene è il bene. Il bene è l’unico valore assoluto che deve sempre guidarci nella vita.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Prese a mandarli due a due
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Parola del Signore.
Eccoli i discepoli di Gesù che vanno due a due per portare la buona notizia. Gesù indica anche lo stile con il quale esercitare la missione. Tra le righe si chiede ai discepoli di essere non solo e non tanto bravi oratori ma di essere uomini e donne che, nella semplicità, con mitezza, sobrietà e con i mezzi che si hanno, di vivere ciò che annunciano. Ecco perchè sarà importante mettersi in gioco con il cuore; esprimere ed esprimersi con il cuore, dire e fare ogni cosa con il cuore; farsi prossimi agli scartati, ai poveri, agli ultimi e ai peccatori. Ma, attenzione, è necessario essere pronti al fallimento, pronti ad accettare il rifiuto, disponibili a fare le valige e ad andare altrove. Ricordiamoci, quindi, che anche Gesù è rimasto solo e che è stato abbandonato e perfino rinnegato. Il fallimento è il pane di ogni discepolo. Il successo è quasi sempre da attenzionare e guardare in profondità. Insomma ciò che più conta è la disponibilità a vivere la Parola e a farsi “segno” che è possibile e bello essere nel quotidiano testimoni credibili.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Parola del Signore.
Gesù insegna nella sinagoga della sua città e lo fa davanti ai suoi compaesani, a persone che lo avevano visto crescere, che lo conoscevano (o credevano di conoscerlo) e che si erano fatti una loro idea e che si chiedevano da dove gli veniva questa sapienza? Marco sottolinea che “molti ascoltandolo rimanevano stupiti”. Si tratta di una esperienza che potremmo aver vissuto anche noi che abbiamo, quasi sempre, dei preconcetti verso persone che crediamo di conoscere e che non siamo ne disponibili ne vogliamo ascoltare in profondità. Siamo spesso chiusi dentro i confini di pregiudizi, forse anche invidiosi o chiusi ad ogni buona e sana apertura al nuovo che altri possono donarci. Anche Gesù si “meravigliava della loro incredulità” e, umanamente comprende che doveva andare altrove perchè «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Proprio così !!!
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Fanciulla, io ti dico: Alzati!
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 5,21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.
Parola del Signore
Due donne sono le protagoniste beneficate dalla potenza spirituale che si sprigiona dal cuore di Gesù. Una donna da anni affetta da una grave malattia che la rendeva impura e una bambina apparentemente morta. Entrambe ricevono l’attenzione necessaria per la loro guarigione. Siamo stupiti, forse increduli eppure questi eventi prodigiosi non solo sono accaduti ma accadono tuttora accanto a noi e perfino nelle nostre vite. Se non ce ne siamo accorti o non ce ne accorgiamo è, probabilmente, perchè siamo stanchi, sfiduciati e distratti. Non è che il male sia scomparso, certamente no. Ciò che invece appare sopita è la nostra capacità di guardare il mondo e stupirci, di guardare il cielo e provare l’emozione che deriva dal senso del meraviglioso, il desiderio di sognare.
Proviamo ad aprire davvero gli occhi e il cuore e riscopriremo il senso della fede che deve guidare i nostri passi e i nostri pensieri spesso incerti.
buona giornata
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
I miei occhi hanno visto la tua salvezza
Dal Vangelo secondo Luca
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Parola del Signore
Cari amici, oggi è la Festa della Presentazione di Gesù al Tempo, detta Candelora e la nostra amica, eremita di Gerace (uno dei borghi più belli d’Italia, in Calabria), Mirella Muia ha scelto proprio questo giorno per parlarci della sua icona dedicata a questo evento ….

Ecco le sue parole.
Il nome greco del’icona della Presentazione di Gesù nel tempio di Gerusalemme è “Incontro”.
È l’incontro di quel bambino in cui Simeone e Anna riconoscono il Messia tanto atteso: è il suo andare incontro all’attesa dei due anziani testimoni che rappresentano non solo quel popolo eletto, ma tutta la realtà umana in attesa di vita nuova…
È anche l’incontro di Gesù con il luogo santo in cui è riposta l’arca dell’alleanza, che un tempo conteneva le tavole della Legge date a Mosè sul monte, e che ora, pur essendo ormai vuota, è sempre venerata come luogo della presenza di Dio – e proprio qui la parola “incontro” ci dice qualcosa che va oltre quel vuoto: perché la presenza reale di Dio è proprio in quel bambino, simile a tutti i neonati che vengono presentati nel tempio per la purificazione rituale a quaranta giorni dalla nascita – ma proprio questo bambino è portatore, nella sua fragilità, di una pienezza che unisce cielo e terra…
Ricordando la preghiera di Simeone, ecco le ultime parole che aprono un vero orizzonte profetico:
” Luce per rivelarti alle genti
E gloria del tuo popolo Israele”
Questa luce non conosce confini né limiti, è per tutta la storia umana di sempre, senza distinzioni di popoli – pur essendo sorta dal popolo Israele, da quel grembo fecondo dell’attesa si espande ovunque nel mondo, senza abbandonare la sorgente da cui proviene per aprire ogni confine e ogni frontiera nella sua luce…
Anche il vento e il mare gli obbediscono
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore.
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Nella vita capita di stare nella tempesta, di vivere il dolore e avere paura. Sono esperienze complicate da gestire. Certamente si è chiamati ad attraversare momenti difficili nei quali si può reaggire rimboccandosi le maniche oppure chiedendo aiuto al Signore ma ci si può anche rassegnare e farsi vincere senza reagire. Vediamo che gli Apostoli di fronte al pericolo pensano di chiamare Gesù e lui prontamente interviene e fa cessare il vento riportando la calma. Poi chiede a loro e, quindi, anche a noi: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Gesù non ci lascia soli nelle tempesta. Se chiamato risponde … e soprattutto non perdiamo la fede nei momenti di difficoltà … “Non abbiate paura, Cristo ha vinto il mondo”. Coltiviamo un atteggiamento di umiltà, di fiducia e di fede. Avremo e vivremo una vita migliore!
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Come un granello di senape
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Parola del Signore.
Ci ha sempre meravigliato il mistero del seme che, gettato nel terreno, con il lento trascorrere del tempo germoglierà. Un piccolo seme è come quel timido annuncio della buona notizia che sembra essere stato gettato nel terreno (quasi disperso tra le zolle) e che poi, non si sa come, farà spuntare il suo esile stelo e dopo qualche mese anche la spiga piena di chicchi. Per il Regno di Dio, ci dice Gesù, è lo stesso. A pensarci bene anche nella nostra esperienza di vita è lo stesso. È capitato anche a noi tutti di trovarci davanti persone che hanno ricevuto l’annuncio e che iniziamente sono apparse fredde, indifferenti e perfino critiche. Successivamente, dopo un certo tempo, ce le siamo ritrovate impegnate in gruppi, movimenti e/o associazioni … quella parola semplice, ascoltata e ruminata aveva fatto breccia nel cuore di quelle persone, era cresciuta suscitando stupore a loro per primi che non l’hanno ricacciata ma le hanno permesso di crescere e diventare stelo, spiga e chicco capace di generare altra “vita”. Perchè tutto questo possa accadere occorre che ci siano contadini che hanno desiderio, forza e coraggio di continuare a seminare la buona notizia (con le parole e la vita) e che ci siano persone che accolgono il seme della parola, lo custodiscono permettendogli di crescere e germogliare. Siamo certi che con la pazienza, il tempo e la fede ( speranza) i semi gettati nel terreno germoglieranno. È accaduto nel passato, continua ad accadere adesso e accadrà anche nel futuro con la stessa forma o con forme espressive diverse ma i germogli continueranno a crescere e a svilupparsi. Questo è certo! Vale la pena continuare a seminare!
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️
Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,21-25
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
Parola del Signore.
Oggi fermiamo la nostra breve riflessione sul verbo Ascoltare. Si tratta di esercitare uno dei cinque sensi in maniera più profonda. Non si tratta di sentire i rumori, le parole, il vento … Si tratta, invece, di Ascoltare con profondità la Parola che viene dal Signore, di coglierne il messaggio, di percepire anche ogni più piccolo suggerimento. La Parola, infatti, se Ascoltata e meditata, evoca e suggerisce il desiderio di imitazione. Provoca il “bene”, spinge ad “Amare” e aiuta a costruire il Regno di Dio. Proviamo allora ad Acoltare davvero anche un solo versetto cercando di capire cosa vuole dirci e come, concretamente può cambiare la nostra vita e aiutarci a fare scelte responsabili. L’Ascolto della Parola è davvero essenziale per vivere una vita in Cristo, con Cristo e per Cristo.
Buona giornata
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️