Risorgerà dal morti

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Parola del Signore.

Immaginate il crepuscolo che avvolge Gerusalemme, un silenzio denso di domande sospese, quando improvvisamente l’aria si fa vibrante di una Presenza inattesa. In quel cenacolo dai cuori serrati, irrompe Colui che è risorto dai morti, non come un’ombra del passato, ma come l’alba di un giorno senza tramonto. Non è un fantasma che attraversa i muri, ma il Vivente che chiede del pesce arrostito, mescolando l’eternità con il profumo del cibo quotidiano.

​Le Sue piaghe non sono più segni di sconfitta, ma feritoie di luce da cui sgorga una speranza nuova: la certezza che nulla della nostra umanità andrà perduto. Egli è risorto dai morti per dirci che il dolore ha un limite, mentre l’amore è infinito. È un sogno a occhi aperti quello dei discepoli, dove lo stupore vince la paura e la mente si spalanca per comprendere che ogni parola antica convergeva verso questo istante.

​Essere testimoni oggi significa lasciarsi contagiare da questo fremito di vita che scuote il sepolcro del nostro cinismo. Se il Cristo è risorto dai morti nel nostro quotidiano, allora ogni gesto di perdono diventa un riflesso di quella Pasqua. Siamo viandanti che portano nel petto il fuoco di una promessa: la morte è stata inghiottita dalla Vita, e noi, finalmente, siamo liberi di volare oltre l’orizzonte del visibile.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Lo riconobbero nello spezzare il pane

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.  Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Parola del Signore.

Lungo la polverosa via verso Emmaus, il tramonto non è solo un’ora del giorno, ma lo specchio di due cuori spenti, avvolti dal velo di una speranza che sembrava svanita. Camminano quasi in un sogno interrotto, ignari che il Viandante accanto a loro stia riaccendendo, parola dopo parola, il fuoco sotto la cenere del loro dolore. La Scrittura si fa musica, il cammino si fa attesa, finché l’ombra della sera non invita alla sosta.

​È nel calore di una tavola amica che il mistero si svela: non nel fragore di un miracolo, ma nel ritmo quotidiano e sacro di mani che prendono, benedicono e offrono. In quel gesto antico, lo spezzare il pane, il velo si squarcia e l’invisibile si fa carne. In quel frammento che si divide, i loro occhi riconoscono finalmente l’Oltre che cammina con l’uomo. Cristo non è un ricordo del passato, ma una presenza viva che si lascia mangiare per farsi battito nel petto dei discepoli, trasformando la loro malinconia in una corsa folle verso l’alba, perché il Pane della Vita ha vinto per sempre la notte del mondo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Ho visto il Signore

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,11-18

In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Parola del Signore.

Maria Maddalena, nel giardino del sepolcro, rappresenta l’umanità del nostro tempo: smarrita, ferma davanti a ciò che manca e incapace di vedere oltre il trauma. Il suo pianto è quello di chi cerca il sacro tra i ricordi, senza accorgersi che la Speranza le cammina a fianco. La svolta non avviene per un ragionamento, ma per una chiamata: “Maria!”. In una società che ci riduce spesso a algoritmi o numeri, il Risorto ci restituisce la dignità chiamandoci per nome.

“Ho visto il Signore” non è il resoconto di un evento passato, ma l’annuncio di una nuova percezione. In un’epoca segnata da “tombe vuote” — crisi di senso, solitudine e conflitti — questo grido ci sfida a scorgere la Vita che insiste a fiorire tra le macerie. Vedere il Signore oggi significa non restare inchiodati alla nostalgia, ma correre verso gli altri per testimoniare che nessuna notte è infinita. È il passaggio dal “lo hanno portato via” al “Lui è qui”: la rivoluzione di chi smette di piangere sul vuoto e inizia a costruire sulla Presenza.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

in Galilea: là mi vedranno

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28,8-15

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Parola del Signore

Immagina un’alba che non ha nulla di ordinario. Non è solo il sole che sorge, è il confine tra il visibile e l’invisibile che si fa sottile, quasi trasparente. Nel brano di Matteo (28,8-15), ci troviamo in quel limbo sospeso tra il “timore e la gioia grande”: un sentimento misto, simile a quando ci si sveglia da un sogno bellissimo e si ha paura di aprire gli occhi per non farlo svanire, eppure si sente il cuore battere con una forza nuova.

​Le donne corrono. I loro piedi sollevano la polvere di una terra che sembrava aver inghiottito ogni speranza, e invece, all’improvviso, l’incontro. Gesù è lì. Non è un fantasma, non è un ricordo sbiadito; è una presenza che chiede di essere toccata, adorata. Ma è nelle sue parole che il sogno si fa promessa e orizzonte:

​L’appuntamento dell’anima

“… là mi vedranno.”

​Questa frase non è solo un’indicazione geografica. La Galilea è il luogo degli inizi, dove tutto era cominciato tra reti da pesca e sguardi di stupore. Dire “andate in Galilea” significa invitare a tornare al primo amore, ma con occhi nuovi.

  • La Galilea come spazio del quotidiano: Gesù non dà appuntamento nel Tempio solenne o in un luogo astratto tra le nuvole. Promette di farsi trovare là dove la vita accade, tra le fatiche di tutti i giorni e le strade polverose della nostra esistenza.
  • La visione come promessa: Quel “mi vedranno” ha il sapore di un risveglio collettivo. È la fine del buio, la certezza che la morte non ha l’ultima parola e che la Bellezza ha un volto che ci aspetta, poco più avanti sulla strada.

​Il contrasto del silenzio

​Mentre le donne corrono portando la luce di questa visione, il mondo “dei palazzi” cerca di soffocare il sogno. Le guardie, i soldi, la menzogna: è il tentativo maldestro della realtà cinica di spiegare l’inspiegabile. Ma il sogno di Dio è più resistente della corruzione umana.

​Mentre il buio cerca di comprare il silenzio, il profumo della risurrezione viaggia già verso la Galilea.

​Una piccola sosta riflessiva

​In questa Pasqua che profuma di futuro, quella frase risuona come un sussurro per ognuno di noi: non cercare l’Assoluto lontano da te. Torna alla tua “Galilea” — a ciò che ami, alle tue radici, alla semplicità dei tuoi gesti — perché è esattamente lì, nel cuore della tua vita normale, che Lui ha preparato l’incontro. Non è un’illusione notturna, ma la realtà più vera: Lui ci precede sempre, cammina un passo avanti a noi, aspettando solo il momento in cui i nostri occhi si alzeranno per dire: “Sì, eccoti”.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

E vide e credette

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Parola del Signore

Era ancora buio, quel buio che non è solo assenza di luce, ma il peso di un sabato interminabile, fatto di pietre sigillate e speranze sotto vuoto. Maria di Magdala cammina nel respiro sospeso di un’alba che non sa ancora di essere la più importante della storia.

​Oggi, in un mondo che sembra spesso un venerdì santo infinito—tra frammenti di cronaca che parlano di muri, schermi che riflettono solitudini digitali e orizzonti che paiono chiusi come quel sepolcro—il Vangelo di Giovanni ci scaraventa dentro una corsa. Non è una fuga, è un inseguimento.

​La corsa e lo sguardo

​Pietro e l’altro discepolo corrono. È una corsa che assomiglia alla nostra sete di risposte in un’epoca di incertezze globali. Arrivano al vuoto. Ma è un vuoto che non fa paura, perché è abitato da un dettaglio che ferma il tempo:

“Si chinò e vide i teli posati là.”

​In quel gesto del chinarsi c’è tutta la postura del credente e del sognatore. Bisogna abbassare la cresta dell’orgoglio, smettere di guardare il mondo dall’alto in basso con il cinismo di chi “ha già visto tutto”, e chinarsi sul particolare.

​Quei teli: l’attualità di un’assenza

​I teli sono lì, “posati”. Non sono stati strappati via in una fuga disordinata, né rubati da mani umane. Sono sgonfi, come una crisalide abbandonata.

  • I teli della nostra rassegnazione: Spesso ci sentiamo avvolti da bende che ci bloccano: l’ansia per il futuro, l’apatia dei sentimenti, la paura dell’altro.
  • La libertà del Risorto: Gesù non ha “rotto” le bende; le ha attraversate. La Risurrezione non è un ritorno alla vita di prima, ma l’esplosione di una vita nuova che non accetta più i confini della materia e del dolore.

​Vide e credette

​Mentre i titoli dei giornali ci dicono che la morte ha sempre l’ultima parola e che il “buio” vincerà sempre, il discepolo amato ci insegna un altro modo di vedere. Lui non vede il corpo, vede l’ordine dei teli. Vede l’assenza e ne legge la presenza.

​È un invito a sognare con gli occhi aperti: credere che dietro i “sepolcri” delle crisi attuali, dei conflitti e delle ferite della terra, ci sia una forza silenziosa che ha già sciolto i nodi. La Risurrezione è quel “posati là”: il segno che il male è stato sfilato via come un abito vecchio, lasciato a terra perché non serve più.

​Siamo chiamati a essere “corridori dell’alba”, capaci di chinarsi sulle piaghe del presente per scorgervi non la fine, ma l’inizio di una luce che, una volta accesa, non conosce più tramonto. Il sepolcro è vuoto perché il mondo intero possa essere riempito.

Franca e Vincenzo Testa, Eremo di famiglia

C’è bisogno di Pace!!! ❤️

Cari amici, la Pasqua bussa alle nostre porte come un raggio di sole che illumina i vicoli del borgo (di ogni borgo) portando con sé il profumo della terra che si risveglia e la dolcezza di una promessa finalmente compiuta.
Oggi siamo chiamati a guardare il mondo (in fiamme a causa della esplosione di guerre a pezzi) con gli occhi di chi compone un presepe: con pazienza, cura e il desiderio profondo di veder sbocciare la vita in ogni angolo, anche in quelli più nascosti e silenziosi del nostro quotidiano.
​Lasciamo che il passato resti un solco fertile in cui abbiamo seminato, senza che diventi un peso, ma piuttosto la linfa che alimenta la nostra serenità presente.
In questa festa di luce, il nostro augurio è che ognuno possa riscoprire la bellezza della libertà autentica, quella che non alza muri ma spalanca finestre sul bene comune.
Sogniamo una comunità che sappia farsi unità, dove ogni parola detta sia un mattone per costruire ponti e ogni gesto un abbraccio che ricuce le distanze.
​Restiamo fuori da ciò che divide; cerchiamo invece ciò che ci rende fratelli, custodendo le nostre radici e i racconti che ci rendono orgogliosi di questa terra.
Che la Risurrezione non sia solo un istante, ma il respiro costante dei nostri giorni, un’armonia che trasforma ogni incontro in un’occasione di gioia e di rispetto.
A ciascuno di voi, alle vostre famiglie e ai cuori che cercano pace, giunga l’augurio più sincero per una Pasqua sognante, luminosa e profondamente unita.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Il Grande Silenzio

Il Sabato Santo è l’ampio respiro sospeso tra il grido del Venerdì e l’alba della Pasqua, un confine sottile dove il tempo smette di scorrere. È il giorno del grande silenzio, una coltre invisibile che avvolge le strade e i cuori, non come assenza, ma come un’attesa densa e vibrante. In questo vuoto apparente, la terra trattiene il fiato, custodendo nel suo grembo il segreto di un seme che sta per germogliare nell’ombra. Non ci sono campane a rintoccare, né parole capaci di scalfire la sacralità di questo riposo profondo. È un silenzio d’altrove, una lingua muta che parla di speranza nascosta e di promesse che maturano nel buio, lontano dagli sguardi frettolosi del mondo. Ci si ritrova pellegrini in una terra di mezzo, dove il dolore si placa e la luce, ancora invisibile, inizia a scaldare le radici dell’anima. È il tempo del “non ancora”, un sogno ad occhi aperti che invita a sostare davanti al mistero, imparando che proprio nel vuoto più assoluto si prepara la pienezza. In questa quiete solenne, il mondo intero riposa, cullato dal battito lento di una vita che non teme il buio, pronta a fiorire quando meno ce lo aspettiamo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Il trono di legno

Nel silenzio del Venerdì Santo, il racconto di Giovanni non ci consegna un vinto, ma un Re che sale sul trono della Croce. Mentre il mondo vede una fine, l’Evangelista scorge un compimento: non è il buio a vincere la luce, ma la Luce che si lascia attraversare per illuminare l’abisso.

​Il Cristo di Giovanni cammina verso il Golgota con il passo risoluto di chi conosce la meta; non subisce il destino, ma abbraccia l’ora per cui è venuto. Ogni goccia di sangue è un segno, ogni parola un testamento di libertà. Sotto quel legno, la Madre e il Discepolo diventano l’icona di un’umanità nuova, nata non dal timore, ma dal fianco aperto da cui scorrono acqua e sangue.

​”Tutto è compiuto”: non è il grido di chi si arrende, ma il sigillo di chi ha amato fino alla fine.

​Contemplare la Passione oggi significa riconoscere che la gloria di Dio non abita nei palazzi del potere, ma nel dono totale di sé. In quel corpo innalzato, il dolore smette di essere un vicolo cieco e diventa la porta stretta verso la Resurrezione. Guardiamo a quel fianco squarciato non con pietismo, ma con lo stupore di chi ritrova, proprio nella ferita, la sorgente dell’unica speranza che non delude.

Li amò sino alla fine

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Parola del Signore.

In quella stanza sospesa tra la terra e l’infinito, il tempo sembra dilatarsi come un respiro profondo. Gesù non si limita a compiere un rito, ma scrive una poesia di carne e acqua sulle cavità stanche dei piedi dei suoi amici. “Li amò sino alla fine” non è solo il traguardo di un cammino, ma l’immersione totale in un oceano che non conosce rive. È un amore che non si risparmia, che non calcola il residuo, ma si spinge laddove la polvere del mondo ha cercato di spegnere la luce dell’anima. Vediamo le sue mani, quelle che hanno plasmato le stelle, scendere con una dolcezza disarmante verso la nostra fragilità più nuda. In quel catino d’acqua trema il riflesso di un Dio che si fa soglia, che sceglie di abitare l’ultimo posto per non lasciare indietro nessuno. È un sogno di umiltà che ribalta ogni logica di potere: la grandezza non sta nel dominare, ma nel perdersi nell’altro, fino a diventare l’asciugatoio che deterge le lacrime e le fatiche. “Sino alla fine” è il sigillo di una fedeltà che sfida il tradimento e il buio della notte imminente, trasformando un gesto quotidiano nel punto di contatto eterno tra il Divino e l’umano. Un amore che, arrivato al limite, decide semplicemente di ricominciare daccapo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Il Figlio dell’uomo se ne va

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Parola del Signore.

Sulla soglia del mistero, dove il crepuscolo di Gerusalemme si tinge di presagi, il Figlio dell’uomo cammina lungo il sentiero già tracciato dal respiro dei profeti. C’è una malinconia sottile in questo Suo andarsene, un distacco che non sa di fuga, ma di una consegna dolcissima e terribile alla notte del mondo. Mentre le dita s’immergono nel piatto e il tradimento si consuma nel silenzio di uno sguardo, Gesù abita già una distanza siderale, come una stella che brilla più forte prima di farsi invisibile. Egli se ne va, non per assenza, ma per farsi pane sminuzzato tra le pieghe del tempo, trasformando l’ombra di Giuda nel palcoscenico di un amore che non conosce argini. Il Suo è un passo leggero che attraversa l’oscurità, un congedo che profuma di promessa, dove il “guai” non è condanna, ma il pianto straziante di chi vede un figlio smarrirsi nel buio. In quel cenacolo sospeso tra l’eterno e la polvere, il Figlio dell’uomo svanisce all’occhio per apparire al cuore, lasciando dietro di Sé la scia luminosa di un Dio che, andandosene, ha scelto di restare per sempre nell’umiltà di un boccone condiviso. È un addio che somiglia a un tramonto: la luce sembra morire, ma sta solo preparando l’alba di una vicinanza che nessun bacio traditore potrà mai più spezzare.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Aquila e Priscilla