Il fariseo e il pubblicano

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

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Pregare è vitale. Fariseo e pubblicano lo sanno bene ma il primo si concentra su se stesso mentre il pubblicano si sente povero e vuoto. La parabola ci mostra la pienezza del fariseo e il vuoto del pubblicano. Ed è in questo spazio che Dio può intervenire. Il vuoto del pubblicano, infatti, consente a Dio di farsi largo nel suo cuore e riempirlo  d’amore perché la vita del peccatore possa cambiare davvero.

Nel fariseo, invece, Dio non riesce ad entrare perché non c’è più spazio per Lui. Il fariseo, infatti,  è pieno di se. Lui si sente perfetto … rispetta tutte le regole e dall’alto della sua posizione giudica gli altri e li respinge lontano da se stesso.

È impressionante la sicurezza del fariseo. Sta dritto davanti a Dio e parla di se stesso. La sua non è, infatti, una preghiera ma la lode di se stesso. Si sente perfetto e superiore agli altri. Il fariseo, quindi, non ha bisogno di Dio, mentre il pubblicano si sente povero e bisognoso di aiuto, avverte la necessità di colmare il vuoto e chiede pietà e misericordia a Dio. Il pubblicano è consapevole della sua fragilità, della sua debolezza e chiede il perdono. Questa è la preghiera che Dio attende dall’uomo e questo Dio dona al pubblicano  che riceve ciò che domanda con umiltà vera.

Gesù, quindi, con chiarezza è vicino al pubblicano-peccatore che viene accolto e riempito d’amore per mostrare la verita’ della condizione umana.

L’invito perciò è quello di sentirsi poveri e peccatori, semplici e vuoti al punto di chiedere a Dio di essere pietoso, lento all’ira e buono nell’amore.

Franca e Vincenzo

 

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