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Parole semplici

Parole semplici. …
_«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»._

L’amore è un sentimento che deve mettere il fuoco dentro, far sentire la passione, il trasporto, la voglia … ed è l’unica cosa che può sanare le ferite che rapiscono la nostra attenzione. Amare e farlo con tutto se stessi … è la migliore strada che si può seguire per vincere il passato, … amare è la possibilità che una mente può percorrere per fare un viaggio meraviglioso. Non bisogna aver paura di farlo, di lasciarsi andare con libertà … la mente è meravigliosa. Fare tutto senza calcoli ma lasciarsi trasportare, farsi portare dalla dolcezza, dalla tenerezza e con libertà … Non aver paura di osare … 💫
Franca e Vincenzo oblati osb-cam

Il grande silenzio

Dal fallimento del venerdì santo al vuoto del sabato santo; dalla delusione alla paura; dalla morte all’assenza. Il sabato fa trionfare il silenzio. Le parole non hanno voce, la Parola resta muta, l’incertezza trova casa. … L’unica cosa che resta è la possibilità di fidarsi e affidarsi: la fede.

Franca e Vincenzo oblati osb-cam

Oggi vi proponiamo una meditazione di Joseph Ratzinger. 

Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione. 
Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? 
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti? 
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui. 
C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. 
Amen.  Joseph Ratzinger

Oltre le chiacchiere

Certe volte …
capita di incontrare persone capaci di esprimere narrazioni che la loro stessa vita contraddice in maniera plateale;
capita di ascoltare parole di speranza da soggetti che, di fatto, le negano con le loro scelte concrete;
capita di vedere atteggiamenti buonisti che però celano intenzioni capaci di lacerare la vita di altre persone.
È così che questi “attori di periferia” trasformano la loro vita in una commedia e rendono la vita degli altri una tragedia.
Invocano stili di vita che non vivono;
raccontano verità di comodo e mostrano esistenze di facciata.
Tutto ciò dimostra come in alcuni casi la vita è, davvero, una commedia/tragica; la scena di un teatro sul quale si consuma una esistenza davvero vuota … una vita da commiserare.
E, così, i “falsi miti” diventano illusioni e la commedia della vita si fa tragedia. Il gioco di questi “attori di periferia”, infatti, spesso potrebbe anche riuscire a spegnere i sogni degli innocenti e questo è il peggiore male che si può fare. Se dovesse capitare di incontrare, ascoltare e vedere questi personaggi e farne esperienza, imparata la lezione, occorre allontanarsi in fretta e cercare di guardare, con distacco, quelle persone provando a camminare su altre strade. Di qui allungare lo sguardo sull’orizzonte e continuare a spingere i propri passi verso mete sicure e approdi di bellezza dove i sensi sono esaltati dalle piccole cose e un semplice ciuffo d’erba, che custodisce una sola margherita, è visto come una casa sicura; dove il creato viene letto come espressione autentica della potenza di Dio; dove la vita viene vissuta con arte e sapienza antica; dove si vive attingendo da fonti che non periscono e che offrono speranze di futuro davvero belle. Buona vita a tutti.

Franca e Vincenzo oblati osb-cam

Due papi e una sola verita’

Lo Spirito Santo c’è e vigila, accompagna, guida e suggerisce ai cuori attenti strade e sentieri di bellezza. Lo diciamo riabbracciando idealmente papa Francesco come quel 21 settembre 2013 giorno nel quale la Provvidenza ci ha permesso di incontrarlo a Santa Marta e scambiare alcune parole che conserviamo gelosamente nel cuore.

Oggi è anche occasione per ricordare che quando, cinque anni fa,  il conclave ha eletto papa Francesco noi eravamo insieme all’indimenticabile don Elio Persechino, parroco di San Pietro Apostolo a Minturno e ad un folto gruppo di coppie che si stavano preparando per il loro matrimonio. Quella sera del 13 marzo 2013 eravamo nell’oratorio della Chiesa dell’Annunziata e abbiamo seguito, su un tablet,  la diretta dal Vaticano. All’annuncio ricordiamo bene i volti dei giovani presenti. Erano tutti abbastanza perplessi. Noi, invece, avevamo  già letto qualcosa di Bergoglio fin dal tempo del conclave precedente che elesse invece papa Ratzinger. In ogni caso dal 13 marzo 2013 la storia della Chiesa ha fatto molta strada e ha proseguito il cammino lungo un tracciato  che si è fatto sempre più rischioso ma anche sempre più fedele al vangelo. Non è facile essere papa in questo contesto culturale e sociale nel quale occorre governare spinte contrapposte sempre più audaci e sempre meno “cattoliche”. Di qui le critiche, le opposizioni, perfino le avversione anche dentro la Chiesa. Ma proprio ieri a papa Francesco è giunto un sostegno potente che scuote e spiazza tutti. Si tratta della commovente e coraggiosa lettera del papa emerito Benedetto XVI. È un bellissimo regalo a papa Francesco ma se ci pensiamo anche a tutti noi … Un invito a riflettere sulla Chiesa Cattolica e sulla sua storia, sulla necessità e importanza di dare valore alla diversità e alla convivialità delle differenze evitando ogni tentativo di esclusione o emarginazione. Papa Benedetto maestro di unità ci aiuta tutti a recuperare una vera unità dei cuori. Ma leggiamo cosa ha scritto.

A rendere pubblica la lettera di papa Ratzinger è stato il Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, mons. Dario Edoardo Viganò, che l’ha ricevuta in occasione della presentazione della collana ‘La Teologia di Papa Francesco’, edita dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV), avvenuta ieri nel corso di una conferenza stampa a Roma presso la Sala Marconi di Palazzo Pio.

I volumi della collana “La Teologia di Papa Francesco” presentati oggi “mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento“, dice nel messaggio il Papa emerito Benedetto XVI e continua…

“Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano di oggi”.

 

Questione di parole

E assieme allo sguardo anche la parola, non dimenticando che …

“noi non possediamo nulla che abbia, nello stesso tempo, il potere e la levità delle parole, perché nulla possiede, a un tempo, l’imponderabilità e l’immensità dello spirito. Esse possono cambiare la vita in bene o in male. Ad esse dobbiamo, in gran parte, chi siamo. C’è una parola che costruisce e una che distrugge, una parola che diffonde calore e luce, un’altra che semina gelo, una che infonde fiducia e restituisce l’individuo a se stesso e al futuro, un’altra che la spegne”.

Considerazione dell’altro, sguardo che cura, parola che consola, presenza che accompagna: è questa la via perché ogni uomo possa sentire che la sua vita è cosa molto buona e mai un peso o un problema difficile da risolvere e troppo oneroso da sopportare. (tratta da “Nascere, vivere e morire oggi” di Arice, Cantelmi e D’Urbano).

Franca e Vincenzo oblati osb-cam

 

Questione di sguardi

La Quaresima è occasione per riflettere su persone, situazioni e avvenimenti. È tempo propizio per rileggere relazioni e rivedere sguardi. 

“Con lo sguardo si può distruggere una persona ricostruirla, farla ammalare creandole conflitti o guarirla restituendole unità e serenità, spegnerlo o infondere fiducia, farla piangere o confortarla, esprimere odio o amare, dirle che per noi è tutto o dirle che per noi non è nulla”. (Prof. Giuseppe Colombero ).

Si, lo sguardo è la prima forma di cura.

Franca e Vincenzo, oblati osb-cam

 

 

Dire “Grazie”

Questo primo giorno del 2018 nel quale ci facciamo gli auguri per il nuovo anno, la Chiesa ci propone la festa di Maria, Madre di Dio ed anche la Giornata della Pace. Desideriamo unire tutto  in una semplice  preghiera di ringraziamento  scritta da un campesino sudamericano e mettere, con piena fiducia, la nostra vita, nelle mani del Padre.

Franca e Vincenzo, oblati osb-cam

 

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.

Compagni di viaggio

Dedichiamo queste poche povere righe ai nostri compagni di viaggio. Le dedichiamo a te se senti di far parte davvero dei nostri “Amici”.

Con te condividiamo spiritualità, passione, sabbia del deserto, sogni nascosti, sguardi, parole, notti buie, gioia, abbracci e molto, molto altro ancora.

Chi non avverte un brivido di gioia quando i nostri occhi si guardano, quando le nostre parole si incrociano, quando la vita ci chiama a camminare insieme e non  sente il cuore battere con lo stesso ritmo dell’altro non è nostro amico.

L’amico, i nostri amici, non hanno tutti la stessa età, lo stesso taglio di capelli, non pronunciano le stesse parole, non fanno gli stessi gesti e non leggono gli stessi libri eppure sentiamo che, in qualche modo, ci apparteniamo.

Se senti di farne parte te ne siamo grati e se vuoi condividi queste semplici parole con i tuoi amici e compagni di viaggio.  A voi dedichiamo questa bella canzone di Francesco De Gregori.

Un abbraccio caro amico.

Franca e Vincenzo oblati osb-cam