Rimanete in me e io in voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 15, 1-8

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parola del Signore

Immagina di essere un tralcio che non deve sforzarsi di “fare”, ma solo di “essere”. In questo frammento del Vangelo di Giovanni, l’universo si restringe a un giardino dove la linfa non è altro che un amore ostinato e silenzioso che scorre tra le venature dell’anima. C’è una bellezza che attrae nell’idea di rimanere: in un’epoca dominata dalla velocità frenetica, dalle notifiche che frammentano l’attenzione e da una ricerca ossessiva di visibilità, Gesù ci invita a stare. Non è l’immobilismo di chi si arrende, ma la danza di chi ha trovato il proprio centro di gravità permanente.


​Oggi, mentre corriamo dietro ad algoritmi che misurano il nostro valore in base ai “frutti” esteriori, queste parole ci sussurrano che la nostra vera identità è radicata altrove, in una connessione invisibile che non richiede Wi-Fi, ma battito cardiaco. Il Padre è il vignaiolo che, con una cura che a volte sembra dolore, pota i nostri rami secchi — quegli egoismi digitali, quelle ansie da prestazione — per permettere alla nostra luce interiore di brillare senza interferenze. È un invito a riscoprire la varietà dello spirito in un mondo che ci vorrebbe tutti standardizzati. Essere uniti alla vite significa sentire che la vita di Dio pulsa nelle nostre fragilità, trasformando la nostra banale quotidianità in un vino raro e prezioso, capace di dissetare un’umanità che, oggi più che mai, ha una sete infinita di autenticità e di pace.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *