Chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato.

Dal Vangelo secondo Luca 10,13-16

In quel tempo, Gesù disse:
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».
Parola del Signore

Il vento di Corazìn non porta più nessun profumo di pane. Le case di Betsàida hanno imparato il silenzio, e nel silenzio le parole di Gesù cadono come pietre in un pozzo antico: si ascolta a lungo prima di sentire il fondo.
«Guai a te», dice, e non è la voce di chi punisce, ma quella di chi piange davanti a una porta rimasta chiusa. Quanti prodigi, quanta luce versata su terre distratte! Eppure i cuori, come campi coperti di sabbia, hanno lasciato scivolare via la pioggia.
Tiro e Sidone, città di mercanti e di ombre, avrebbero indossato il sacco e la cenere, se solo avessero ricevuto un decimo di quel dono. Ma il dono, a volte, pesa meno di un’abitudine. Ci si assuefà al miracolo come al rumore del mare, finché non lo si ode più.
E poi quella frase, sottile come un filo teso tra due rive: «Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato». Un filo di luce che parte dal Padre, attraversa il Figlio, scende nella voce dei piccoli messaggeri e arriva fino a noi.
Disprezzare, allora, non è un gesto lontano: è chiudere gli occhi mentre qualcuno ci tende la mano da un sogno più grande. È voltare le spalle all’alba perché ci sembra troppo semplice.
Che io sappia ascoltare, Signore, come ascolta la terra assetata: senza difese, senza fretta, lasciando che Tu mi attraversi e mi porti, silenzioso, fino a Colui che ti ha mandato.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

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