La Chiesa che “viene”

… Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione.

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Il diacono “servo inutile”.

Il diacono «servo inutile»
La preziosità del ruolo liturgico del diacono è proporzionale alla sua fragilità: il fatto che i
gesti rituali propri del diacono possano essere tutti sostituiti dal prete, o da un fedele laico, ne fanno una figura non indispensabile. In questa fragilità è tuttavia possibile vedere il simbolo della condizione del vero servizio, che è sempre all’insegna dell’umiltà e della discrezione. A chi ragiona nella prospettiva della mera utilità pratica, il ministero del diacono apparirà inevitabilmente come una pericolosa clericalizzazione dei laici. Per chi ha compreso, invece, che se la Chiesa ha bisogno di diaconi, non è perché mancano i preti, ma perché sia più pienamente Chiesa, rimane il compito essenziale di un serio discernimento, perché la chiamata al
ministero poggi su un effettivo carisma di mediazione e di servizio, capace di adattarsi alle molteplici necessità della comunità.

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Pregare, lottare, vivere … Amare

Nella preghiera come nella lotta, nulla è grave se non perdere l’amore. Senza l’amore, a che serve la fede, a che serve arrivare fino a consegnare il nostro corpo alle fiamme?
Lo intuisci? Lotta e contemplazione hanno una sola e identica sorgente: il Cristo che è amore.
Se preghi, lo fai per amore. Se lotti per ridare un volto umano all’uomo sfruttato, ancora, è per amore.

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La Parola, la Fede e l’Amore

A chi mi chiede: lei ha mai dei dubbi sulla fede? Ne ho tanti“. I dubbi che toccano la fede, “in senso positivo”, ha precisato papa Francesco, “sono un segno che vogliamo conoscere meglio Gesù e il mistero del Suo amore verso di noi”. “Questi dubbi fanno crescere” ha ribadito il Papa. È un bene che ci poniamo delle domande sulla nostra fede peché siamo spinti ad approfondirla. “I dubbi però vanno anche superati“. E come si può farlo? Francesco dà tre indicazioni precise: l’ascolto della Parola di Dio; la catechesi; la fede vissuta nell’amore per gli altri.

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Parola e parole

Cari amici buongiorno a voi. Ieri abbiamo fatto festa per Cristo Re dell’universo e si è chiuso l’anno liturgico. Anche noi qui all’eremo da domenica prossima, prima domenica di Avvento, desideriamo rinnovare la nostra presenza tra voi scegliendo di pubblicare non più riflessioni sulla Parola del giorno ma pensieri di spiritualità dei Padri della Chiesa, teologi, profeti e santi. Lo facciamo anche perché abbiamo messo a disposizione le nostre “Riflessioni ai vangeli festivi dell’anno A”.

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I diaconi a cosa servono o cosa sono? (1)

di Giovanni Zanchi
Delegato vescovile per il Diaconato
e i ministeri della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro
A che servono i diaconi? Tutte le loro funzioni possono essere svolte anche da laici ben preparati (donne comprese); puntiamo quindi alla formazione del laicato che già opera nella catechesi, nell’animazione liturgica e nell’attività caritativa e non complichiamoci ulteriormente la vita!». Queste affermazioni che a volte ricorrono sulla bocca di alcuni presbiteri, più che espressione di disinformazione sulla natura e sui compiti della diaconia ordinata, sembrano voler dettare l’epitaffio tombale nei riguardi di una delle più interessanti e cariche di futuro novità conciliari.

In realtà, si tratta di espressioni superficiali che sottintendono una interpretazione dell’Ordine sacro in base ad una «teologia dei poteri»: cosa può fare e (soprattutto) cosa non può fare il diacono? Visto che non può celebrare l’eucaristia e non può confessare, finisce per apparire una figura ministeriale ben poco interessante e desiderata; meglio un prete avventizio (magari extracomunitario) che «dia una mano» a Pasqua e Natale. Invece, quello che il diacono può fare (amministrare il Battesimo in forma solenne, presiedere le esequie, distribuire la Comunione di cui è ministro ordinario, presiedere il culto eucaristico fuori della Messa) è considerato marginale se non decorativo e già sufficientemente svolto da altre figure ministeriali istituite o di fatto.

Alcuni si mostrano invece sensibili – in modo sbagliato però – alle facoltà di benedire riconosciute al diacono: «ecco finalmente che abbiamo trovato il modo in cui anche il diacono può dare sul serio “una mano”, nella benedizione annuale delle famiglie!» (faccenda oggetto di amore-odio da parte di molti preti). Altri, specie se hanno più di una parrocchia, vedono l’utilità del diacono nel delegargli le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero, magari in certe scomode località di montagna.
Da notare che finora sotto l’occhio del riflettore è caduta solo quella parte della diaconia ordinata che riguarda la liturgia; molti non sanno neppure vedere i restanti e complementari ambiti dell’annuncio della Parola e dell’animazione della carità; si finisce col credere che la ministerialità diaconale viva solo in ambito liturgico e si riduca a un «sacrestanato» o peggio a un «chierichettato» di lusso, se non ridicolo. Dietro la teologia dei poteri che abbiamo appena sottolineato, si cela una visione clericale della Chiesa, ridotta a quello che possono fare in senso esclusivo i preti, chiamati a loro volta semplicemente ad ammettere altri a collaborare con le proprie facoltà. Ma fermarsi alla sola considerazione dei poteri dei singoli gradi del sacramento dell’Ordine porta ad un vicolo cieco. In tale prospettiva, per esempio, nel medioevo non si riusciva a rendere ragione della reale distinzione fra l’episcopato e il presbiterato: se l’essenza del sacerdozio cristiano è posta solo ed esclusivamente nel potere di consacrare l’eucaristia, la differenza fra un vescovo e un prete è solo di giurisdizione (più ampia per il primo), ma non di ordine. Come sappiamo, recuperando una visione di Chiesa più aderente alla Tradizione, il Vaticano II ha definitivamente superato tali concezioni (che però sono dure a morire).

Più che domandarsi «a che servono i diaconi», occorre chiedersi «chi sono» e cogliere la loro specificità più sul piano dell’essere che del fare; quindi, maggiore attenzione all’identità piuttosto che ai compiti. Tanto più che il Concilio non ha inteso semplicemente restaurare una figura ministeriale esistita nel primo millennio e scomparsa di fatto nel secondo, ma recuperare un ministero di istituzione divino-apostolica e trasmesso ininterrottamente nella Chiesa ma oggi aperto ai bisogni ecclesiali e quindi multiforme, flessibile nella sua attuazione concreta anche a seconda delle situazioni.

In fondo, è vero che tutto quello che fanno i diaconi potrebbero farlo anche i laici, ma i diaconi lo fanno come ministri della Chiesa, lo fanno per vocazione e missione canonica (e questa, lo si intuisce subito, è una cosa non da poco e che fa differenza). I diaconi, che diventano tali ricevendo il sacramento dell’Ordine, rendono ministerialmente evidente che la Chiesa si fonda sulla grazia di Dio dispensata nei sacramenti e non sulle capacità umane o sulla buona volontà gestita con la logica del part – time; manifestano che non ogni servizio è diaconia e che per essere tale un servizio reso dalla Chiesa deve avere certe determinate caratteristiche cristologiche; ricevono la grazia di collaborare nell’animare dall’interno tutta la comunità al servizio e contribuiscono alla sua strutturazione nella varietà e complementarietà dei ministeri ordinati e battesimali.

No, non è proprio la stessa cosa avere o non avere i diaconi nella Chiesa locale e nelle comunità parrocchiali.

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Aquila e Priscilla