Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Parola del Signore
C’è un silenzio strano che si siede a tavola prima ancora degli ospiti, un’ombra densa che profuma di nardo e di polvere di strada, mentre le candele consumano gli ultimi respiri di luce. Ci si guarda negli occhi, tra il tintinnio dei calici e il rito del pane spezzato, cercando di ignorare quel gelo sottile che risale la schiena, come se l’aria stessa sapesse ciò che il cuore non osa ancora nominare. È il momento in cui la parola si fa carne e la carne si fa ferita, quando quella voce, calma come un mare profondo prima della tempesta, pronuncia la sentenza che squarcia il velo della serata: “In verità vi dico: uno di voi mi tradirà”.
In quell’istante, il tempo smette di scorrere e diventa un cerchio di specchi dove ognuno riflette la propria fragilità, anche ciascuno di noi può sentire quel peso avendolo sentito e tenuto in notti troppo lunghe. Non serve dirlo, non serve gridare il proprio nome, perché certe stanze le abbiamo già abitate, certi sguardi bassi li abbiamo già portati addosso come mantelli pesanti mentre la borsa delle monete pesava più dell’anima. Si sente il rumore del dubbio che striscia tra i commensali, quel “Sono forse io?” che non è solo una domanda, ma il riconoscimento di una crepa che portiamo dentro da sempre, un segreto condiviso nel buio delle nostre debolezze più intime.
Vediamo la mano che si intinge nel piatto, un gesto quotidiano che diventa un abisso, e riconosciamo quella distanza siderale che si crea tra due persone sedute a pochi centimetri, separate non dallo spazio, ma da una scelta già compiuta nel segreto del petto. È un sogno lucido in cui la fedeltà e l’abbandono danzano insieme sulla punta di un bacio che sa di cenere, mentre il Maestro ci guarda con una tenerezza che brucia più di ogni accusa, conoscendo già ogni nostro rinnegamento prima ancora che il gallo canti. Abbiamo tutti camminato su quel confine sottile, abbiamo tutti sentito il brivido di essere l’eletto e il carnefice nello stesso istante, prigionieri di un destino che ci chiede di essere testimoni della nostra stessa caduta. Alla fine, resta solo l’odore del vino versato e quella malinconia infinita di chi sa che l’amore più grande deve passare attraverso il corridoio stretto di un tradimento, per poter finalmente risorgere oltre il buio della nostra stessa ombra.
Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️