Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Dal Vangelo secondo Luca 8,19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Parola del Signore

C’è un confine sottile, quasi impalpabile, dove il sangue tace e l’anima inizia finalmente a respirare. In quel cortile affollato di Galilea, dove le voci si sovrappongono e le mani si tendono ansiose per trattenere un affetto terrestre, le parole del Maestro non spezzano i legami, ma ne spalancano le finestre sull’infinito. Immagino lo sguardo di Maria, profondo e accogliente come il mare all’alba: lei non si sente ferita da quella frase, perché sa che il suo grembo è stato solo il primo tempio, ma è stato l’ascolto la vera culla in cui il Verbo ha preso carne. C’è una dolcezza immensa nell’ascoltare davvero, una forma di sospensione in cui il rumore del mondo sfuma e resta soltanto la musica segreta di una voce che chiama per nome. Chi accoglie quella Parola e le permette di farsi gesto, carezza, passo verso l’altro, non è più un estraneo che guarda da lontano attraverso la folla, ma entra nel cerchio più intimo della casa divina. È un intreccio invisibile che non si misura con gli alberi genealogici o con i cognomi ereditati, ma con la forma che il cuore assume quando si lascia plasmare dal cielo. Così, tra le righe di questo Vangelo, la famiglia si dilata fino ad abbracciare ogni cercatore di luce, ogni pellegrino che trasforma il silenzio dell’ascolto nel coraggio dell’amore. Diventare madri, diventare fratelli di Dio significa riscoprirsi improvvisamente a casa, legati da un sangue invisibile che soffia dove vuole e ci rende, d’un tratto, meravigliosamente simili.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Parola del Signore

L’aria del banco delle imposte ha il sapore polveroso dei sogni accantonati, un recinto di numeri e monete dove Matteo conta il mondo senza mai guardarlo negli occhi. Poi, un’ombra leggera taglia la luce del pomeriggio: non è un giudizio che pesa, ma uno sguardo che spoglia l’anima da ogni colpa antica. “Seguimi”, un sussurro che rompe il guscio della solitudine e trasforma una sedia di pietra in un punto di partenza verso l’infinito. Alla mensa della grazia non siedono i perfetti, ma coloro che hanno il cuore incrinato, perché è solo attraverso le crepe che la luce può finalmente entrare. Cristo si muove come un soffio di vento tra le fragilità umane, indifferente ai sussurri dei giusti incatenati al proprio orgoglio. La sua presenza è una medicina dolce per anime affamate di perdono, un invito a sognare una santità che nasce proprio dalle nostre ferite più profonde. Non serve indossare l’abito della perfezione per essere amati; basta lasciarsi sfiorare da quell’amore che cerca chi si è perso nei bassifondi del proprio cuore. E così, un tavolo di peccatori diventa il cielo sulla terra, dove ogni caduta è solo l’inizio di un volo inatteso.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Custodire la Parola

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Dal Vangelo secondo Luca 8, 4-15

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Parola del Signore

C’è un silenzio fertile nel modo in cui la parola scivola nel mondo, come polvere dorata alzata dal vento dell’est. Nel racconto del seminatore, il cielo non misura la terra con la fretta degli uomini, ma offre la sua pioggia di senso con una generosità cieca e bellissima. Alcuni semi cadono lungo la strada, sfiorati appena da pensieri veloci come stormi di uccelli in fuga; altri toccano la pietra rugosa, dove la vita prova a nascere con la forza di un sospiro, per poi svanire al primo raggio di sole troppo ardente. Ci sono poi i rovi, fitti e scuri come le ansie che affollano le nostre notti, pronti a soffocare ogni germoglio di stupore con il loro mormorio terrestre. Ma nel profondo, al riparo dalle tempeste del mondo, attende la terra buona. È un grembo d’ombra e di silenzio, un luogo dell’anima dove il seme smette di essere solo e comincia a sognare. Lì, nella pazienza di chi sa custodire e aspettare, il miracolo accade senza clamore: la parola affonda le sue radici nella carne, e il tempo trasformato in attesa restituisce una foresta di frutti lucenti, sottovoce.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolsi ❤️

C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.

Dal Vangelo secondo Luca 8, 1-3

In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Parola del Signore

C’è un dettaglio quasi sommesso in questo brano del Vangelo di Luca, un’immagine che sfuma i contorni del sacro per dipingerlo con i colori della quotidianità più pura.

​Gesù cammina per città e villaggi, annunciando una promessa che ribalta il mondo. Attorno a lui c’è il gruppo dei Dodici, ma subito dopo lo sguardo dell’evangelista si allarga, indugiando su un gruppo di donne: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e molte altre. Non sono comparse sullo sfondo, ma presenza viva. Hanno storie di guarigione e di liberazione alle spalle, ferite che sono diventate la porta attraverso cui è entrata la luce.

​Ciò che incanta di questa scena è la sua rivoluzionaria delicatezza. In un tempo in cui le donne erano invisibili nel discorso pubblico e religioso, Gesù non solo le accoglie nel suo seguito, ma intreccia la sua missione alla loro esistenza. C’è una reciprocità profonda, quasi poetica: lui dona loro una vita nuova, un senso perduto, la dignità ritrovata; loro custodia e cura, offrendo i propri beni per sostenere quel viaggio condiviso.

​In questo cammino non ci sono gerarchie d’amore, ma una comunità d’anime. Servire con i propri beni non significa solo condividere risorse materiali, ma mettere a disposizione ciò che si è: il proprio tempo, la propria gratitudine, la capacità tutta femminile di intuire il bisogno prima ancora che diventi parola.

​Immaginare quella carovana in cammino tra le polveri della Galilea riscalda il cuore. È il ritratto di un Dio che non viaggia da solo, che sceglie di dipendere dalla cura di chi ama, trasformando la fragilità umana nel motore del Regno che avanza.

Franca e Vincenzo oblati camaldolesi ❤️

Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Dal Vangelo secondo Luca 7, 36-50 •

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»

Parola del Signore

C’è un profumo incantato che sfiora la polvere di quella casa seriosa, dove i passi dei giusti risuonavano rigidi e perfetti. In quel banchetto di sguardi severi, l’amore non ha chiesto il permesso: è scivolato dentro come una brezza improvvisa, portando con sé il peso dolcissimo di un cuore finalmente ritrovato. Lei non parla, perché certe parole sarebbero troppo piccole per contenere il cielo che le si sta aprendo nel petto. Ha pianto lacrime di luce, limpide come rugiada sul limitare della notte, lavando via ogni ombra con la sola forza di chi sa di non aver più nulla da nascondere. Con i capelli ha asciugato l’infinito e in quell’olio profumato ha versato l’anima intera, rompendo il vasetto della sua vecchia vita per farne un aroma di rinascita.

​Il Fariseo misurava il mondo in colpe e distanze, guardando la legge ma perdendosi la grazia. Gesù, invece, vedeva il mistero: un mare di perdonanza che cancella ogni marea passata. Chi poco ama, resta prigioniero delle proprie certezze; chi molto ama, sa di essere stato salvato da un abisso e trasforma ogni ferita in un canto di gratitudine. “La tua fede ti ha salvata, va’ in pace”: quelle parole non sono solo un congedo, ma un soffio d’ali che solleva la vita da terra. La pace diviene allora un orizzonte aperto, una promessa sussurrata alle anime che hanno avuto il coraggio di abbandonarsi alla luce, scoprendo che la misericordia è un abbraccio così grande da far dimenticare persino la gravità del mondo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

Dal Vangelo secondo Luca 7, 31-35

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
Parola del Signore

Gesù guarda la folla e vede bambini che giocano nella piazza, capricciosi e delusi — nessuno vuole danzare al flauto, nessuno vuole piangere al lamento. È un’immagine tenera e insieme dolorosa, come un sogno che si ripete senza risoluzione.
Quella generazione assomiglia a noi: cerchiamo sempre la scusa giusta per non lasciarci toccare. Giovanni digiuna nel deserto, austero come la notte, e lo chiamano indemoniato. Gesù siede a tavola, gioioso come un giorno di festa, e lo chiamano mangione e beone, amico dei peccatori.
Non c’è modo di accontentare un cuore chiuso: né il silenzio severo, né la gioia conviviale bastano a scioglierlo. È come inseguire una melodia che nessuno vuole ascoltare, offrire una danza a chi ha già deciso di restare immobile.
Eppure la sapienza — dice Gesù — si giustifica nei suoi figli, in chi ancora sa ballare quando sente il flauto, in chi ancora sa piangere quando sente il lamento. È un invito a restare bambini nel cuore, capaci di stupore, capaci di commuoversi, senza le difese sofisticate degli adulti che sanno sempre trovare un motivo per non credere.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Dal Vangelo secondo Giovanni 19,25-27

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Parola del Signore

Sotto un cielo gravido di mistero, ai piedi della croce dove il tempo sembra fermarsi, il respiro del mondo si fa lento e contemplativo. Maria sta lì, salda nell’amore pur nel mare del dolore, avvolta in un silenzio che custodisce la speranza infinita. Gesu, con uno sguardo che trapassa la penombra e riempie l’universo di luce, compie l’ultimo e piu profondo dei miracoli: intreccia le anime. «Donna, ecco tuo figlio!» sospira, ed e come se una brezza d’eternita accarezzasse la terra soffocata dal buio, trasformando il pianto in un grembo accogliente. Poi verso il discepolo amato: «Ecco tua madre!», e quelle parole non soffiano via la vita, ma la moltiplicano, espandendosi come l’eco di una ninnananna celeste che scende a consolare l’umanita intera. In quel momento supremo, la sofferenza perde il suo pungiglione e si dilata in un abbraccio infinito, un ponte di stelle gettato tra il Cielo e le fragilita della terra. Giovanni la accoglie tra le sue cose piu care, portandosi a casa non un ricordo profondo, ma il battito stesso del cuore di Dio, la dolcezza di una presenza che mai piu lascera il mondo solo. È l’alba segreta di una nuova famiglia universale, dipinta con i colori della grazia, dove ogni ferita diventa una feritoia di luce e nessuno e piu orfano.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore

C’è un respiro che attraversa il buio di Nicodemo, un soffio leggero che dischiude i segreti del cielo. Nessuno è mai salito fin lassù, se non Colui che dal cielo è disceso, intrecciando la sua divinità con la polvere della nostra terra. In questo passaggio d’ombre e di stelle, Gesù ci invita a sollevare lo sguardo oltre il limite delle nostre paure. Come il serpente di rame che balenava nel deserto per guarire gli sguardi feriti, così il Figlio dell’uomo si lascia innalzare, librandosi tra il suolo e l’infinito. Quello sulla croce non è un naufragio, ma il trono impalpabile di un Amore che non sa e non vuole trattenersi. Un abbraccio spalancato verso l’universo, sospeso nel punto esatto in cui il dolore si trasforma in luce pura. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare le nostre fragilità o per condannare le nostre ombre, ma per attirarle a sé e trasfigurarle in pura meraviglia. È un’eccedenza d’amore che travalica ogni calcolo, un dono totale che fa tremare il cuore ed elargisce una vita che non conosce tramonto. Chiunque guarda a Lui non vede un supplizio, ma scorge la porta di casa, la promessa mantellata di grazia che ci sussurra che siamo, da sempre e per sempre, infinitamente amati. In questo sguardo sollevato, la terra ritrova finalmente il suo cielo.

Franca e Vincenzo, oblati camaldolesi ❤️

Aquila e Priscilla